What Culture Should Say

No man is illegal.
I observe a growing hatred towards diversity, whatever it may be, race, color, religion, culture, genre … this fuels ancient stereotypes with the acquired gravity of a modernity that had posed, or was thought to have done, different premises.
It seemed that we had finally come to consider the existence not of a single “center” but of so many centers that could meet and make culture, marking their own time of their presence and their own sense.
Paradoxically, on the other hand, globalization practiced in a cheap way and in the hands of the “more” has humiliated hopes and reduced respect and exchange with the plurality of ancestral fears of the other.
The presupposition of an integration without inclusion and vice versa has betrayed the human possibility of free confrontation and opens the way to ancient odes that have an even more bitter modern taste.
This attitude will destroy everyone.
It seems that we are no longer available to look ahead, to move forward without hating those we presume is different and we ourselves become indifferent to their calls and their rights without realizing that our deafness finds space and reaction in the deafness of the other.
Where does this return authoritarianism come from?
There are two factors that condition it: on the one hand, a growing inability to recognize the other as a possibility despite and thanks to one’s own difference; on the other hand, the return of a hegemonic culture that once expressed itself above all within each cultural center (culture of the rich versus working classes), has now changed its range of action, establishing itself in a westernized (and patriarchal) culture in the which each center must be reduced to a unique and preponderant centrality.
A sad return to a new form of Western obscurantism in which prejudice is not towards new forms of progressive scientific discoveries, but towards humanity itself that loses the value of human and preserves only the economic one.
People, like objects, wear out, use each other, betray themselves and throw themselves away.
A modern Western obscurantism that denies the freedom of the person as such, by binding to ideologies of superiority or supremacy that are not easy to destabilize in a society in which value is named only for its cost and its purchasing power.
A culture that denies its own development and annihilates the essence of knowledge and science by measuring them only in well-being.
Antonio Gramsci asserted that “culture is not to possess a well-stocked store of news, but the ability that our mind has to understand life, the place we hold you, our relationships with other men. He has culture who is aware of himself and of the whole, who feels the immanent relationship with all other beings (…) Culture is the same thing as philosophy (…) Each of us is a little philosopher: he is much more so as he is man (…). Culture, philosophy, humanity are terms that are reduced to each other (…) So that anyone who wants to be a philosopher can.
It is enough to live as men, that is to try to explain to himself the reason for his own and others’ actions, to keep his eyes open, curious about everything and everyone, striving to understand every day the organism of which we are part; penetrate life with all our strengths of awareness, of passion, of will; don’t fall asleep, never get lazy; to give life its right value, so as to be ready, as needed, to defend it or sacrifice it. Culture has no other meaning “.
A profound thought, but a thought betrayed by the facts, because today the borders return to be delineated not by geographical lines, but by the inner furrows that divide the self from the other, closing each in barbed fences that are difficult to cross. Violence and offense towards what we do not understand again are the weapons to protect the individual and close him in silence, in emptiness and in fear even of himself.
Individualism, ethnocentrism, nationalism wound the human possibility of opening the borders and listening to everyone’s voices. The power games favor this withdrawal into oneself and the annihilation of culture as a mere economic object.
It is convenient to be able to diminish the culture because there where there are women and men who think and compare themselves freely with culture and cultures, the center is destabilized, expanded and multiplied, distances any hegemonic perversion that hides in the apparent stability of the few solitude and exploitation of the most.

Defending the culture is breaking the boundaries and multiplying the centers, it is meeting and confronting, it is creating and constructing new times in which the new man hidden from appearances can finally tell his story with his voice, in spite of that published man always visible and willing to accept any compromise in order to remain on display.
No man is a clandestine and diversity is an asset; equality in rights and difference in the person so that from the uniqueness of each one can originate the harmony of free thoughts.

 

Nessun uomo è clandestino .
Osservo un odio crescente verso la diversità, qualsiasi essa sia, razza, colore, religione, cultura, genere… questo alimenta antichi stereotipi con la gravità acquisita di una modernità che aveva posto, o si pensava lo avesse fatto, premesse diverse.
Sembrava che si fosse finalmente giunti a considerare l’esistenza non di un solo “centro” ma di tanti centri che potessero incontrarsi e fare cultura segnando il tempo della propria presenza e del proprio senso.
Paradossalmente, invece, la globalizzazione praticata in maniera dozzinale e nelle mani dei “più” ha umiliato le speranze e ridotto il rispetto e lo scambio con la pluralità ad ataviche paure dell’altro.
La presupponenza di un’integrazione senza inclusione e viceversa ha tradito la possibilità umana del confronto libero e apre il varco a odi antichi che hanno un sapore moderno ancora più amaro.
Questo atteggiamento distruggerà tutti.
Sembra che non si sia più disponibili a guardare avanti, ad andare avanti senza odiare chi presumiamo sia differente e noi stessi diventiamo indifferenti ai loro richiami e ai loro diritti senza accorgerci che la nostra sordità trova spazio e reazione nella sordità dell’altro.
Da che cosa deriva questo autoritarismo di ritorno?
Ci sono due fattori che lo condizionano: da una parte una crescente disattitudine a riconoscere nell’altro una possibilità nonostante e grazie la propria differenza; dall’altra il ritorno di una cultura egemone che se una volta si esprimeva soprattutto all’interno di ciascun centro culturale (cultura dei ricchi versus working class), ora ha modificato il suo raggio di azione affermandosi in una cultura occidentalizzata (e patriarcale) nella quale ogni centro deve essere ricondotto a una centralità unica e preponderante.
Un triste ritorno verso una nuova forma di oscurantismo occidentale nel quale il pregiudizio non è verso nuove forme di scoperte scientifiche progressiste, ma verso l’umanità stessa che perde il valore di umano e conserva solo quello economico.
Le persone, come gli oggetti si consumano, si usano, si tradiscono e si gettano via.
Un moderno oscurantismo occidentale che nega la libertà della persona in quanto tale, legandosi a ideologie di superiorità o supremazia non facili da destabilizzare in una società in cui il valore è nominato solo per il suo costo e il suo potere di acquisto.
Una cultura che nega il suo stesso sviluppo e annichilisce l’essenza del sapere e della scienza misurandoli solo in benessere.
Antonio Gramsci asseriva che “cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri (…) Cultura è la stessa cosa che la filosofia (…) Ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto è uomo (…).  Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno all’altro (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.
Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.
Un pensiero profondo, ma un pensiero tradito dai fatti, perché oggi i confini tornano a essere delineati non da linee geografiche, ma dai solchi interiori che dividono il sé dall’altro chiudendo ciascuno in recinti spinati difficilmente valicabili. La violenza e l’offesa verso ciò che torniamo a non comprendere sono le armi per proteggere l’individuo e chiuderlo nel silenzio, nel vuoto e nella paura persino di se stesso.
L’individualismo, l’etnocentrismo, il nazionalismo feriscono a morte la possibilità umana di aprire i confini e di ascoltare le voci di tutti. I giochi di potere favoriscono questo ritrarsi in se stessi e l’annichilimento della cultura a mero oggetto economico.
Fa comodo al potere sminuire la cultura perché lì dove ci sono donne e uomini che pensano e si confrontano liberamente con la cultura e le culture, il centro si destabilizza, si amplia e si moltiplica, allontana ogni perversione egemonica che nasconde nell’apparente stabilità dei pochi la solitudine e lo sfruttamento dei più.

Difendere la cultura è rompere i confini e moltiplicare i centri, è incontrarsi e confrontarsi, è creare e costruire tempi nuovi in cui l’uomo inedito nascosto dalle apparenze possa finalmente raccontare la sua storia con la sua voce, a dispetto di quell’uomo edito sempre visibile e disposto ad accettare qualsiasi compromesso pur di restare in mostra.

Nessun uomo è un clandestino e la diversità è un bene; uguaglianza nei diritti e differenza nella persona perché dall’unicità di ciascuno si possa originare l’armonia dei pensieri liberi.

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