Claudio Tugnoli: Il confine invisibile

«Tutte le cose piccole sono belle»,  è così che Claudio Tugnoli, autore di Il confine invisibile (Edizioni del Faro, Trento, 2019), immediatamente mi convince sin dall’introduzione al suo volumetto che considero prezioso.

Prezioso, perché  nell’immediatezza, rapidità ed esattezza del suo discutere circa il significato del confine ha davvero rappresentato per me la testimonianza della possibilità di superare la soggettività del proprio limite pur riconoscendone l’esistenza. Anzi, proprio nel riconoscerne la valenza ogni limite, che si ponga come confine di separazione tra sé e l’altro, ha motivo di essere valicato.

«Il confine», asserisce il Tugnoli, «è invisibile agli occhi della ragione», è, cioè, «un artificio necessario (…) al servizio della separazione». Il passo dalla separazione al conflitto è breve, poiché la distinzione come la separazione pongono e gli uni e gli altri da una parte e dall’altra di un confine che, per quanto invisibile, rappresenta un pericolo.

Il primo conflitto relativo al confine è il confine in sé in quanto duplice: da una parte, distinguere senza separare, che indica il riconoscimento delle diversità senza che esse rappresentino un ostacolo; dall’altra,  separare senza distinguere, che indica la capacità di creare ostacoli e di illegittimare l’esistenza dell’altro in quanto diverso.NZO

L’autore spiega con cura come più il confine sia invisibile, più esso sia in realtà concreto, poiché la dualità (o molteplicità) non può dividere la natura dell’uomo dalla sua essenza.

Non nascondo, in principio, una mia difficoltà nell’affrontare la lettura dei versi non propriamente consoni alla mia natura, eppure, proprio i tanka che costituiscono la prima parte dell’analisi del Tugnoli, mi hanno non solo affascinata ma rapita e trascinata coinvolgendomi nella riflessione come per caso, sebbene mai sia finto “il caso” che coinvolge il pensiero della persona.

Lasciandomi guidare nel percorso dalla poesia semplice e diretta dei tanka, dalle immagini vivide e simili a un correlativo oggettivo da cui non si possa prescindere, ho scoperto che la soluzione è nel dare armonia al proprio confine interiore, rendendolo visibile ai propri occhi per poterne dominare la deriva e per poter, nell’abbraccio dell’attesa, essere pronti ad accogliere la propria e l’altrui bellissima diversità.

Il confine invisibile interroga il lettore sulla possibilità che esista una distinzione senza separazione e una separazione senza distinzione. «Nulla è più arbitrario di una separazione», spiega Tugnoli, per giustificare e legittimare una distinzione, «il razzismo è un esempio di separazione senza distinzione», poiché, pur essendo il confine convenzionale, esclusivo (che esclude), immensurabile, esso è la conseguenza della brama di potere.

La storia e la geografia insegnano quanto la separazione data da un confine possa essere solo virtuale, mentre più profonda e reale è la separazione che operiamo nella nostra coscienza fingendo di trarne beneficio, sebbene effimero e transitorio sia il bene che se ne ricavi. Il confine reale non è esterno, ma interno, il pericolo reale siamo noi stessi, prigionieri “esclusivi ed esclusi” della nostra prigione fatta di paura, disprezzo, ignoranza, malafede.

Il confine è figlio di chi lo impone attraverso un potere che gli viene riconosciuto da chi non riesce più a distinguere il vero dal falso, l’effimero o accidentale dall’essenziale e sostanziale.IMG_1005

Nel momento stesso in cui si definisce un confine, esso, in realtà, diviene inconsistente poiché ciò che conta non è il confine in sé, ma come varcarlo, violarne e conquistarne l’essenza. Il che appare come un paradosso, poiché da una parte (quella di chi vuole varcarlo) il confine è il tutto, dall’altra parte (quella di chi nel suo confine si chiude) oltre di esso vi è il nulla, il vuoto che non si vuole conoscere.

Il confine, dunque, dimostra che nessuna parte è tutto, ma ciascuna è un mondo in cui non bisogna solo cercare di essere protetti, ma di disporsi allo scambio. Inevitabile il pensiero per i migranti per i quali il confine è un luogo non solo da varcare, ma da vivere.

L’autore impiega riferimenti chiari ed espliciti alla Storia, alla Filosofia, alla Sociologia impiegate come “sistemi” di liberazione del pensiero e non come sovrastrutture concettuali ataviche. «Il confine, l’idea di esso», dice Claudio Tugnoli, «non può essere rimosso, ma rivisto e corretto». Il confine, inteso come limite, «è un’arte che si apprende con l’esperienza», suggerisce l’autore, saper riconoscere il proprio limite senza che questo diventi un divieto per l’altro, è un’arte che si apprende con la coscienza della propria umanità.

Mi piace concludere, me lo consenta l’autore, con una strofa di un suo tanka  da Attese (pag. 57):  Metamorfosi / da bruco a farfalla / senza intervallo: / si scopre già farfalla, / un bruco con le ali. 

Ecco, varcare i confini invisibili e consentire la crescita e il passaggio. Il confine invisibile, una lettura interessante e profonda, un libro da custodire con cura.

 

 

“All the little things are beautiful”, that’s how Claudio Tugnoli, author of The Invisible Border (Edizioni del Faro, Trento, 2019), immediately convinces me since the introduction to his little book that I consider precious.

Precious, because in the immediacy, speed and accuracy of its discussion about the meaning of the border it really represented to me the testimony of the possibility of overcoming the subjectivity of our own limit while acknowledging its existence. Indeed, precisely in recognizing its value, every limit, which stands as a boundary between the self and the other, has reason to be crossed.

“The border”, asserts Tugnoli, “is invisible in the eyes of reason”, that is, it is “a necessary artifice (…) in the service of separation”. The step from separation to conflict is short, since the distinction  as well as the separation between one and the other on one side and the other of a border, however invisible, represents a danger.  

The first conflict concerning the border is the boundary in itself as it is twofold: on the one hand, to distinguish without separating, which indicates the recognition of diversity without it representing an obstacle; on the other hand, separating without distinguishing, which indicates the capacity to create obstacles and illegitimate the existence of the other as different.

The author carefully explains how the more invisible a  boundary is, the more it is actually concrete, since duality (or multiplicity) cannot divide the nature of man from his essence.

I do not hide, in the beginning, my difficulty in dealing with the reading of the verses that are not properly consonant with my nature, and yet, precisely the tankas that constitute the first part of Tugnoli’s analysis, have not only fascinated me but kidnapped and dragged me by involving me in the reflection as if by chance, although “the chance” that overturns the person’s thinking is never false.

By letting myself be guided in the path by the simple and direct poetry of the tanka, by their vivid images so similar to an objective correlative which cannot be ignored, I discovered that the solution is to give harmony to one’s own inner boundary, making it visible to one’s eyes in order to be able to dominate its drift and to be able, in the embrace of waiting, to be ready to welcome one’s own and the other’s beautiful diversity.

The invisible boundary asks the reader about the possibility of a distinction without separation and a separation without distinction. “Nothing is more arbitrary than a separation“, explains Tugnoli, to justify and legitimize a distinction, “racism is an example of separation without distinction“, since, despite being the conventional boundary, exclusive (which excludes), immeasurable, it is the consequence of the lust for power.

History and geography show how the separation given by a border can only be virtual, while the separation that we operate in our consciousness by pretending to benefit from it is deeper and more real, although the good we get is ephemeral and transitory. The real boundary is not external, but internal, the real danger is ourselves, “exclusive and excluded” prisoners of our prison of fear, contempt, ignorance, bad faith.

The border is the son of those who impose it through a power that is recognized by those who can no longer distinguish the true from the false, the ephemeral or accidental from the essential and substantial.

At the very moment when a boundary is defined, it actually becomes inconsistent because what matters is not the boundary itself, but how to cross it, violate it and conquer its essence. Which appears as a paradox, because on the one hand (that of those who want to cross it) the border is the whole, on the other side (that of those who close in its border) beyond it there is nothingness, the emptiness that you do not want to know.

The border, therefore, shows that no part is everything, but each is a world in which one must not only try to be protected, but dispose oneself to change. The thought is inevitable to migrants for whom the border is a place not only to cross but to live.

The author uses clear and explicit references to History, Philosophy, and Sociology used as “systems” of the liberation of the thought and not as atavistic conceptual superstructures. “The border, the idea of ​​it“, says Claudio Tugnoli, “cannot be removed, but revised and corrected“. The boundary, understood as a limit, “is an art that is learned through experience“, the author suggests, knowing how to recognize one’s own limit without this becoming a prohibition for the other, is an art that is learned with the conscience of his own humanity.

I like to conclude, the author will allow me, with a verse from his tanka, Attese,  (page 57): Metamorfosi / da bruco a farfalla / senza intervallo: / si scopre già farfalla, / un bruco con le ali. 

Here it is, crossing invisible boundaries and allowing growth and passage. The invisible border, an interesting and profound reading, a book to be guarded with care.

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2 pensieri su “Claudio Tugnoli: Il confine invisibile

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