The Right to Die

The right to die, in certain conditions, is not a suicide but self-determination.

I know that it can be difficult to understand because plenty of cultural influences divide around this theme and love and feelings are sometimes more egoistic than what we think, yet, we should consider the subject from the suffering’s point of view.

People who suffer are not the laboratory guinea pigs of our morality, they don’t have to help us to understand how strong or humble, loving or pathetic, collaborative or egoistic we are. A person who suffers is a person who is making the account of its life, a person who has the right to decide if the time of death is the time to live death without being forced to an existence which obliges your body to live though there is no possibility to healing. A person who suffers is a person who has the right to decide for its dignity without being compelled to become a life machine.

Someone says that it is an egoistic choice, others that religion affirms that God gave you life and God has to take it back. This vision seems to me of a God capricious enough and even bad who decides by chance to take the life of children at their birth and to make other people called by nature to die, to live a no-life thanks to the machines. How superficial and narrow-minded are these people.

The choice of dying when your body becomes the prison of your dignity and the limitless sufferings you are obliged to are sailing a no-return route, is not egoism, but the freedom to choose what direction to give to your awareness of yourself; it is the declaration of the choice to establish a limit not only to your sufferings, but to the sufferings of those next to you, while you have become a prisoner of an unworthy as well useless therapeutic obstinacy.

As for the religion, I remember that many religions believe in a life after death which represents a sort of reconciliation with the original essence of the creation; many religions suggest not to fear death because life continues after death and death is not but a passage to a new kind of life.

Of course, as I said in the beginning, I speak about «certain conditions» which reflect a responsible and free choice. I don’t speak of suicide, I don’t say that both the sick and the people around should act at the first proposal of death. It is a choice which does not depend on depression or loneliness, or on casual circumstances, but on an aware and well thoughtful determination, one which needs to be prepared and lived fully before being practiced with discernment and love.

The right to choose your death is not the whim to choose the end, because the person you really are does not die with the ends of your days.

What I would like to avoid for me if I were in those «certain conditions», is to close my free spirit in the cage of a body that asks to rest because consumed by medicine, surgery or medical obstinacy without there were possibilities to return that body to its human dignity.

I refuse that we have become so material not to give soul and spirit the role they have, indeed making them prisoners and slaves without any escape, because, you know, useless sufferings and humiliations are not sacrifices in order to fight for the life, but tortures that change and brutalize the free thought and its survival.

 

Il diritto di morire, in certe condizioni, non è un suicidio ma auto determinazione.

Lo so che può essere difficile da comprendere perché molte influenze culturali si dividono sull’argomento e l’amore e i sentimenti sono qualche volta più egoisti di quanto si pensi, tuttavia dobbiamo pensare a questo tema dal punto di vista di chi soffre.

Le persone che soffrono non sono le cavie da laboratorio della nostra moralità, esse non devono aiutarci a comprendere quanto siamo forti o umili, amorevoli o patetici, collaborativi o egoisti. Una persona che soffre è una persona che sta facendo i conti con la propria vita, una persona che ha il diritto di decidere se il tempo della morte sia il tempo di vivere la propria morte senza essere forzati a vivere un’esistenza che obbliga il proprio corpo a vivere sebbene non ci siano possibilità di guarigione. Una persona che soffre è una persona che ha il diritto di scegliere la propria dignità senza essere trattato come una macchina di vita.

Qualcuno dice che questa sia una scelta egoista, altri che la religione afferma che Dio ci ha dato la vita e Dio deve riprendersela. Mi sembra che questa sia la visione di un Dio alquanto capriccioso e persino cattivo che a caso fa morire i bambini alla nascita e decide di far vivere una non-vita attraverso le macchine a persone che la natura di per sé chiama alla morte. Quanto sono superficiali e di mente ristretta queste persone.

La scelta di morire quando il proprio corpo diventa la prigione della propria dignità e le infinite sofferenze che si è costretti a subire diventano la nuova rotta da percorrere senza via di ritorno o uscita, non è egoismo, ma la libertà di scegliere quale direzione dare alla propria consapevolezza di se stessi; è la scelta di stabilire un limite non solo alle proprie sofferenze, ma a quelle di quelli che ci sono accanto, mentre si diventa prigionieri di una ostinazione terapeutica inutile quanto indegna.

Per quanto riguarda la religione, ricordo che molte religioni credono nella vita dopo la morte che rappresenta una specie di riconciliazione con l’essenza originaria della creazione; molte religioni suggeriscono di non avere paura della morte perché la vita continua dopo la morte e la morte non è che il passaggio a una nuova vita.

Naturalmente, come ho detto all’inizio, parlo di «certe condizioni» che riflettono una scelta libera e responsabile. Non parlo di suicidio, non dico che sia il malato sia le persone intorno debbano mettersi in azione alla prima proposta di morte. È una scelta che non dipende dalla depressione o dalla solitudine, o da circostanze casuali, ma da una determinazione consapevole e ben ponderata, una determinazione che deve essere preparata e vissuta pienamente prima di essere praticata con discernimento e amore.

Il diritto di scegliere la morte non è il capriccio di scegliere la fine, poiché la persona che si è davvero non muore con la fine dei propri giorni.

Ciò che vorrei evitare per me se mi trovassi in quelle «certe condizioni», è di chiudere il mio spirito libero nella gabbia di un corpo che chiede di riposare perché consumato dalle medicine, dalla chirurgia o dall’accanimento terapeutico senza che ci sia la possibilità di restituire quel corpo alla sua dignità umana.

Rifiuto che si sia diventati così materiali da non dare all’anima e allo spirito il ruolo che meritano rendendoli prigionieri e schiavi senza via di fuga perché, si sa, le sofferenze e le umiliazioni inutili non sono sacrifici che si fanno per lottare in favore della vita, ma torture che modificano e brutalizzano il pensiero libero e la sua sopravvivenza.

 

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