Violence Lives in Words Too

Everyone, but especially those who are dedicated to information, should take a great care not only in verifying the truth of what they tell by going to the source and studying it themselves, but they should be above all responsible for what they say or they write in the awareness of the message they send.

It is obvious that the reference is to Bruno Vespa and his ignorant way of dealing with the subject of violence against women, but it is a broader discourse that refers to each person both in general and in the specifics of their profession.

If, as we say, in order to tackle and overcome violence against women, it is necessary to change the culture, it is also necessary to pay attention to the messages that are released and, above all, to avoid a false paternalism that offends women victims and also affects even in their intelligence all those men who know, because they know, that paternalism is one of the cultural causes of the violence itself.

I hope that not only women, but also men will react to such an offensive interview and take their distance from it. Moreover, how can a public television through a broadcast that is supposed to be “cultural and social” allow a host to deal with such a sensitive and violent subject together, without having the proper preparation?

We must not remain indifferent. The words spoken remain as indelible signs in those who have already suffered, of course, but also in those who are trying to get an idea. Certain words, spoken by people considered “superior” for the place they occupy, turn into clear messages about the attitudes to be kept: it is called propaganda. Yes, propaganda, a kind of advertising that can be political, social, economic, in which the objects of the same passively and unilaterally use messages that can not be countered and that, if they are not equipped with autonomous capacity for discernment, become absolute truths.

I am appealing to everyone, all of them, and especially those who are responsible for the communication and the comparison (journalists, educators, trainers, professors of every order and rank, etc.) to think long before we let go to the common places and not to diminish their function that is not just ‘information’ but also ‘education’.

We are experiencing a period of widespread hatred and serious mystifications, and it is up to each of us to react to this hatred and to return to our choices and behaviors towards more conscious and aware modalities in favor of the common good.

 

 

 

Tutti, ma soprattutto coloro che sono dediti all’informazione, dovrebbero avere molta cura non solo nel verificare la verità di ciò che raccontano andando alle fonti e studiandole in prima persona, ma dovrebbero essere soprattutto responsabili di quello che dicono o scrivono nella consapevolezza del messaggio che inviano.

È ovvio che il riferimento è a Bruno Vespa e al suo modo a dir poco ignorante di trattare il tema della violenza sulle donne, ma è un discorso più ampio che si riferisce a ciascuna persona sia in generale che nello specifico della loro professione.

Se, come diciamo, per affrontare e vincere la violenza contro le donne è necessario modificare la cultura, si rende obbligatorio porre attenzione ai messaggi che si rilasciano e, soprattutto, evitare un falso paternalismo che offende le donne vittime e colpisce anche nella loro intelligenza tutti gli uomini che sanno, perché lo sanno, che il paternalismo è una delle cause culturali della violenza stessa.

Io mi auguro che non solo le donne, ma anche gli uomini reagiscano dinanzi a un’intervista talmente offensiva e ne prendano le distanze. Non solo, ma come può una televisione pubblica attraverso una trasmissione che si presume “culturale e sociale” consentire a un conduttore di affrontare un tema così delicato e violento assieme, senza che ne abbia la preparazione adeguata?

Non bisogna restare indifferenti. Le parole pronunciate restano come segni indelebili in chi già ha subito, certo, ma anche in chi sta cercando di farsi un’idea. Certe parole, pronunciate da persone considerate “superiori” per il posto che occupano, si trasformano in messaggi chiari sugli atteggiamenti da tenere: si chiama propaganda. Sì, propaganda, una sorta di pubblicità che può essere politica, sociale, economica, in cui gli oggetti della stessa fruiscono passivamente e unilateralmente messaggi che non possono controbattere e che, se non si è provvisti di autonoma capacità di discernimento, diventano verità assolute.

Mi rivolgo a tutti, ma proprio tutti, e comunque soprattutto a coloro che sono responsabili della comunicazione e del confronto (giornalisti, educatori, formatori, docenti di ogni ordine e grado, etc.) di riflettere molto prima di lasciarsi andare ai luoghi comuni e di non sminuire la propria funzione che non è solo «informativa», ma anche «formativa».

Viviamo un periodo di odio diffuso e di gravi mistificazioni, tocca a ciascuno di noi reagire a questo odio e ricondurre le scelte e i comportamenti verso modalità più coscienti e consapevoli del bene comune.

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2 pensieri su “Violence Lives in Words Too

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