Books Are Never Only Words

Writing, today, is not easy because everyone wants to write no matter what the meaning of what they say, the truth about their stories and reflections, the consistency between writing and life.

This is a drama for those who in writing put that spirit, protected and never lost, that speaks about freedom and honesty, dignity and care of the voices they are telling about as also of the self-respect as narrators. Even the writing has become an object to sell. Even the writing has crossed for many the threshold between the legal and and the right confusing the one and the other with the possibility of doing whatever we want simply because we want. This is, in my opinion, the way in which we damage  the value of writing and writers, readers and books. It means, for me, to rush in no sense a chance for a comparison and a real exchange that could set free the hidden self instead of confusing it into the empty multiplicity of the goods to buy that repeat and copy each other without  establishing a real dialogue and a possibility of a deep comparison.

The exasperated commercialization  of books considered as products has not made reading and culture more significant, indeed, it has impoverished and deprived it of a possibility of research and discovery that goes beyond themselves and that can recognize itself in the other one’s story enriched by our own experience.

Writing is a job, not a pleasure, even when you like to write. I suffer and suffer in writing, I get tired and I look for resting after many hours sitting by a computer. It is a job that never ends because it is still in my thought even when I am not writing, my notebooks are witnesses, and even the subway tickets or the expenditure receipts on which I often find myself taking note of a thought, a look, the gesture of a hand that I have seen expressing more than its simply holding strength done not to fall in the train.

That is why I fight for my books, that is why I defend them from the common places and the insignificant profit events. Would you ever let anyone try to exploit your own child or someone you love? I don’t think so.

A book is like your own creature, you are inside it, and there are also all those people who you have been confronting with before deciding to send it to the publisher’s house, then there is all the work and the passionate passion of the publisher and, incommensurable, your respect and love for that invisible reader who, perhaps, will become your reader, that is your traveling companion through the many experiences that join or separate, but which always indicate the path of ransom from the empty nothingness that too often surrounds us.

I believe in my books and fight for them in order to ensure that in the comparison with the readers, they retain the original purity I put in writing them. I owe it to my readers because they felt they are not fooled, never, even when their thoughts do not match my own: it is called comparison and dialogue.

I owe it to my editor, Nulla die and to all the working group that is behind the press of a book. I owe it to them not to betray the treatment of a commitment that begins with the choice to publish or not publish a volume and continues in its different stages till cover and press, a job that engage from many points of view and that must not remain invisible. I owe it to myself, because I have been looking for honesty, and I have been looking for the best way of conducting a narrative or a reflection and this correctness cannot be cheated without betraying and selling myself.

I fight for my books so that they are searched and chosen, loved or even hated, but never because they are imposed  for the sole taste of the gain and then abandoned without anyone has tried to read them. I love culture, books, free thinking, words and stories… I love people too much to magnify me for a sale that will not follow the desire to grow together. I love what I do too much to allow anyone to get it dirty and false.

My sorrows to my readers, my editor, even to that myself who would like a greater comparison, but to the prostitution of my thought, I prefer and always choose the freedom of a dignified truth.

 

Scrivere, oggi, non è facile poiché tutti vogliono scrivere non importa il senso di quello che dicono, la verità su cui si fondano, le storie e le riflessioni, la coerenza tra la scrittura e la propria vita.

Questo è un dramma per chi nella scrittura ripone quello spirito custodito e mai smarrito che parla di libertà e onestà, dignità e cura delle voci di cui si narra come anche del rispetto di se stessi in quanto narratori. Anche la scrittura è diventata un oggetto da vendere. Anche la scrittura ha oltrepassato per molti la soglia del lecito e del diritto confondendo e l’uno e l’altro con la possibilità di fare qualsiasi cosa semplicemente perché ci va. Questo è, per me, ledere il valore della scrittura e dello scrittore, dei lettori e dei libri. Significa, per me, precipitare nel no sense un’occasione di confronto e di scambio reale che possa liberare l’io nascosto invece di confonderlo nella molteplicità vuota delle merci da acquistare che si ripetono e si copiano senza mai creare un vero dialogo e una possibilità di confronto profondo.

La mercificazione esasperata dei libri considerati come prodotti, non ha reso la lettura e la cultura più significativa, anzi, l’ha depauperata e privata di una possibilità di ricerca e di scoperta che va oltre se stessi e che può riconoscersi nell’altro di cui si narra arricchendolo della propria esperienza.

Scrivere è un lavoro, non un diletto, anche quando piace scrivere. Io sudo e soffro nell’atto di scrivere, mi stanco e cerco ristoro dopo tante ore seduta a un computer. È un lavoro che non termina mai poiché continua nel pensiero anche quando non si sta scrivendo, lo testimoniano i taccuini con le note, e persino i biglietti della metropolitana o gli scontrini della spesa sui quali spesso mi ritrovo a prendere nota di un pensiero, di uno sguardo, del gesto di una mano che ho visto esprimere più del semplice tenersi con forza per non cadere in treno.

Ecco perché lotto per i miei libri, ecco perché li difendo dai luoghi comuni e dalle insignificanti manifestazioni di lucro. Permettereste mai che qualcuno sfrutti un vostro figlio o qualcuno che amate? Non credo.

Un libro è come una propria creatura, dentro ci sei tu che lo hai scritto, ma anche tutti coloro con i quali ti sei confrontato prima di decidere di inviarlo in visione alla casa editrice; poi, c’è tutto il lavoro e la passione dell’editore e c’è, incommensurabile, il rispetto e l’amore per quel lettore invisibile che, forse, può diventare un tuo lettore, cioè un compagno di viaggio attraverso le tante esperienze che accomunano o separano, ma che sempre indicano nel confronto la via del riscatto dal vuoto nulla che troppo spesso ci circonda.

Io ci credo nei miei libri e lotto affinché nel confronto con i lettori conservino la purezza originaria con cui mi metto in gioco scrivendo. Lo devo ai miei lettori affinché non si sentano ingannati, mai, neanche quando il loro pensiero non coincide con il mio: si chiama confronto e dialogo.

Lo devo al mio editore Nulla die e a tutto il gruppo di lavoro che c’è dietro la stampa di un libro. Lo devo a loro per non tradire la cura di un impegno che comincia con la scelta di pubblicare o meno un volume e continua nelle sue diverse fasi fino alla copertina e alla stampa, un lavoro che impegna da tanti punti di vista e che non deve restare invisibile. Lo devo a me stessa, poiché con onestà ho cercato, ascoltato, pensato al modo migliore per condurre una narrazione o una riflessione: questa correttezza non può essere tradita senza tradire e vendere se stessi.

Lotto per i miei libri affinché siano cercati e scelti, amati o persino odiati, ma mai perché siano imposti per il solo gusto del guadagno e poi abbandonati senza essere letti. Amo troppo la cultura, i libri, il pensiero libero, le parole e le storie… amo troppo le persone per magnificarmi di una vendita cui non faccia seguito il desiderio di crescere insieme. Amo troppo ciò che faccio per consentire che si sporchi di falso e di inganno.

Non me ne abbiano i miei lettori, il mio editore e neanche la me stessa che vorrebbe un confronto maggiore, ma alla prostituzione del pensiero, preferisco e scelgo sempre la libertà della dignitosa verità.

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