Disconnected from Life

It is not an Internet issue, it is a matter of life.

I mean that we usually blame socials because they distract from life, and this is not completely false, but what if I added that we were already disconnected from life when we started to use the virtual world as it were the true one?

I agree that a bad use of the net as it were a totalizing and absolute world influences our daily life, but it is also true that those bad attitudes derive from a bad connection in the real world which leads us to use its same bad rules in the virtual too.

Yes, I know, I can read that in your eyes and over your lips: internet is so speed and involving  to give us the image of a sudden notoriety although hidden and sometimes blaspheme. I can only reply that this is true, but I can dare to add that this probably derives from an dissatisfaction from the real world which leads us to show the worst of ourselves there where we could remain undiscovered… something which we probably wouldn’t and don’t do in the real life.

The problem, therefore, is not the net in itself but in the way we use it… which seems obvious, but maybe it is not.

The real point, indeed, is the reason of our dissatisfaction and discontent that does not start in the net (where it then continues and worsens), but begins and grows in the real life.

We should reconnect to our life and  instead of complaining for what is outside, begin to think about what is inside. What do we really miss and lack? Many would answer visibility, I would reply they are wrong. What we really miss and lack is credibility.

Some days ago, I was leafing through a book about Magritte, an artist I love, and I bumped in one of is painting L’Homme au journal (1928). I suddenly understood the way we have get used to observe things and ourselves. IMG_0947

The painting is divided in four parts, but only one is complete. At first we are attracted by this sort of game of discover the differences, but, at last, we realize that we are attracted by the richness of the particulars and not by the essential: the absence. 

The man with the newspaper that gives the name to the painting appears only in one of the four images, yet, we don’t perceive his absence immediately nor we ask ourselves the reason why of his absence or the reason why he has disappeared while we have been counting to observe everything around the man but not the man in itself.

The absence changes in our indifference to the essential. The absence becomes the portrait of our disconnection from the world.

 

Non è un problema della rete, è un problema della vita.

Voglio dire che spesso incolpiamo i social perché essi distraggono dalla vita, e questo non è del tutto falso, ma che ne pensate se aggiungessi che eravamo già sconnessi dalla vita quando abbiamo cominciato a usare il mondo virtuale come se fosse quello vero?

Sono d’accordo che un uso cattivo della rete come se fosse un mondo totalizzante e assoluto influenzi la nostra vita quotidiana, ma è anche vero che quelle cattive abitudini derivano da una cattiva connessione nel mondo reale che ci induce a usare le sue stesse regole malsane anche nel mondo virtuale.

Sì, lo so, lo posso leggere nei vostri occhi e sulle vostre labbra, internet è così rapido e coinvolgente da darci l’immagine di un’improvvisa notorietà sebbene occulta e spesso blasfema. Posso rispondere solo che questo è vero, ma posso osare aggiungere che questo deriva probabilmente da un’insoddisfazione verso il mondo reale che ci induce a mostrare il peggio di noi stessi lì dove potremmo restare nascosti… qualcosa che probabilmente non faremmo e non facciamo nella vita reale.

Il problema, perciò, non è la rete in se stessa, ma il modo in cui la usiamo… il che sembra ovvio, ma forse non lo è.

Il punto reale, invece, è il motivo della nostra insoddisfazione e del nostro scontento che non comincia nella rete (dove poi continua e si aggrava), ma comincia e cresce nella vita reale.

Dovremmo riconnetterci alla nostra vita e, invece di lamentarci per quello che è fuori, cominciare a pensare a ciò che è dentro di noi. Che cosa abbiamo perso e ci manca davvero? Molti risponderebbero visibilità, replicherei che si sbagliano. Ciò che abbiamo perso e ci manca è la credibilità.

Qualche giorno fa, stavo sfogliando un libro su Magritte, un artista che amo, e mi sono imbattuta in uno dei suoi quadri  L’Homme au journal (1928). Improvvisamente ho compreso il modo in cui ci siamo abituati a osservare le cose e noi stessi.

Questo quadro si divide in quattro parti, ma solo una è completa. In un primo momento siamo attratti da questa specie di gioco a scoprire le differenze, ma, infine, comprendiamo di essere attratti dalla ricchezza dei particolari e non dall’essenziale: l’assenza.

L’uomo con il giornale che dà il nome al quadro, appare solo in una delle quattro immagini, ma noi non percepiamo la sua assenza  subito né ci chiediamo il motivo della sua assenza o perché sia sparito, mentre abbiamo continuato a osservare ogni cosa tutto intorno all’uomo, ma non l’uomo stesso.

L’assenza si trasforma nella nostra indifferenza verso ciò che è essenziale. L’assenza diventa il ritratto della nostra disconnessione con il mondo.

 

 

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