It Is Not Your Kingdom

I have dreamt of a kingdom where my legs could run free everywhere, cross over streams and climb those trees that made me see far white mountains and dark blue sky. It is not your kingdom, it is my own.

I have dreamt of a kingdom where my pebbles paved the way to my house, yes, certainly, because I had a home which though smaller than yours was wider and could breath the whisper of the many invisible creatures of my dreams and my desires. It is not your kingdom, it is my own.

I have dreamt of a kingdom where every ocean (there were plenty of them) were also my ocean and whose waves didn’t scare me because I could sail them over my dolphins and whales’ shoulder without they sank me in the obscure solitude of my death. It is not your kingdom, it is my own.

There were fairies and mermaid in my kingdom and they took me by hand while at last, tired playing with the storm, I quieted and slept in the last embrace of my solitary travel. There were many like me, but that last voyage is for each one alone. It is not your kingdom, it is my own.

You know, you probably have your games and laugh at my few resources, but you forgot the fairies and the magic of pebble or even the beauty of my clement sky which cries and sings a lullaby to my impotent choking in your sad and cruel abandonment.

It is not your kingdom, it is my own. I’ve lived my tale, you cannot even imagine its beauty and  grace. You stay there, observing my death, I wonder if you know that I am free because I have tried while your are the insane prisoner of your tormented conscience.

You, betrayer of sense, you betrayer of life… you have no more dreams, nor you have a reason to dream and tell your child a tale.

 

Ho sognato di un regno nel quale le mie gambe potessero correre libere ovunque, saltare i ruscelli e scalare quegli alberi dai quali posso vedere montagne lontane e bianche e il cielo blu scuro. Non è il tuo regno, è il mio.

Ho sognato di un regno dove i miei sassolini pavimentavano la strada per portarmi a casa, sì, certamente, poiché avevo una casa che sebbene più piccola della tua era più ampia e poteva respirare il sospiro delle molte creature invisibili dei miei sogni e dei miei desideri. Non è il tuo regno, è il mio.

Ho sognato di un regno dove ogni oceano (ce ne erano molti) era anche il mio oceano e le cui onde non mi spaventavano poiché riuscivo a cavalcarle sul dorso dei miei delfini e delle balene senza che questi mi sprofondassero nell’oscura solitudine della mia morte. Non è il tuo regno, è il mio.

C’erano fate e sirene nel mio regno ed esse mi presero per mano quando, infine, stanco di giocare con la tempesta mi calmai e dormii nell’ultimo abbraccio del mio viaggio solitario, c’erano molti come me, ma quell’ultimo viaggio si compie da soli. Non è il tuo regno, è il mio.

Sai, forse tu hai i tuoi giochi e ridi delle mie poche risorse, ma tu hai dimenticato le fate e la magia dei sassolini e forse anche la bellezza del mio cielo clemente che piange e canta una ninna nanna al mio impotente affogare nel tuo triste e crudele abbandono.

Non è il tuo regno, è il mio. Io ho vissuto la mia favola, tu non puoi neanche immaginarne la bellezza e la grazia. Tu stai lì, ad osservare la mia morte, mi chiedo se tu sappia che io sono libero poiché ho tentato, mentre tu sei l’insano prigioniero della tua coscienza tormentata.

Tu, traditore del senso, tu, traditore della vita… tu non hai più sogni, né hai un motivo per sognare e raccontare una favola a tuo figlio.

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