The Exhibited Pain

Pain exists and no one can deny it, this is a fact. Pain is a part of our existence and it should always find respect whatever the pain and whoever the suffering, this is also a fact.

There are different ways to live the pain and the way we suffer or, better, we show our suffering; this depends on the way we are and even on the upbringing we have received.

There are those who scream their pain and those who keep it in themselves even if their faces betray the suffering they feel. None of them is to condemn, none to elevate.

Yet, the exhibit pain is not for those people who preserve the mystery of their intimacy, those who do not surrender to the pain itself, those who have done a cathedral of their sufferings with its doors open to welcome and to let whoever enter leaving with a gift of  beauty and peace, without complaining for themselves but listening to the others.

It is not an exaggeration, it is not the refuse to display their wounds or the presumption to be stronger; indeed, it is only the pure and mysterious respect for themselves as well for the others that prevent these people from putting their pain and themselves at the centre of the attention.

Pain is not to be shown, in my opinion, it has to be lived and accepted and respected. When the last days come, no one dare to be disrespectful towards these solitary sufferings, no one dare to expose their bodies or their thought to the hands and eyes of those who cannot do anything else but consider their illness to be cared because they are unable to realize that one is not a body but a cathedral, nor they can perceive the mystery of their being and the intimacy of their will to leave, as free and fair as they have chosen to live, for their other hidden destinations.

 

Il dolore esiste e nessuno può negarlo, questo è un fatto. Il dolore è parte della nostra esistenza e dovrebbe sempre trovare rispetto qualsiasi il dolore e chiunque il sofferente, anche questo è un fatto.

Ci sono modi diversi di vivere il dolore e il modo in cui si soffre o, meglio, il modo in cui si mostra la propria sofferenza; questo dipende da come siamo e persino da che tipo di formazione abbiamo ricevuto.

Ci sono coloro che urlano il proprio dolore e coloro che lo tengono in se stessi anche se i loro volti tradiscono la sofferenza che provano. Nessuno è da condannare, nessuno è da elevare.

Tuttavia, il dolore esposto non è per quelle persone che preservano il mistero della propria intimità, quelli che non si arrendono al dolore stesso, quelli che hanno fatto delle loro sofferenze una cattedrale con le porte aperte ad accogliere e lasciare che chiunque entri possa andare via con il dono della bellezza e della pace, senza lamentarsi ma ascoltando gli altri.

Non è un’esagerazione, non è il rifiuto di mostrare le proprie ferite o la presunzione di essere più forti; anzi, è solo il rispetto puro e misterioso per se stessi come per gli altri che impedisce a queste persone di mettere il proprio dolore e se stesse al centro dell’attenzione.

Il dolore non deve essere esibito, secondo me, deve essere vissuto e accettato e rispettato. Quando si avvicinano gli ultimi giorni, nessuno osi mancare di rispetto a questi sofferenti solitari, nessuno osi esporre i loro corpi o i loro pensieri alle mani e agli occhi di coloro che non possono fare altro che considerare la loro malattia da curare perché sono incapaci di comprendere che quello non è un corpo ma una cattedrale, né  possono percepire il mistero del loro essere e l’intimità della loro volontà di voler andare, liberi e dignitosi come hanno scelto di vivere, verso la loro altra destinazione nascosta.

 

 

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