My Place

We have probably been looking long for a place which could be our own place. We have been looking for it since the desire of independence has started to claim its door open to look around without never once looking back.

It’s a good thing to do, independence should be the result of maturity, of our being ready to walk by ourselves the route we are choosing. However, sometimes, this is disappointing and astonishing as well.

The problem is not independence neither is the place you are going to choose, but rater what is a place and where you are going to settle down in order to establish the destination of your wandering.

I mean, sometimes we look outside what we should search inside and this attitude could have very dangerous consequences.

Sometimes, what we define a home is nothing but a building walls which are going to become the gates of a prison soon.

In a time of fluctuant borders and and barriers, in a time of places which move because of work or search for a work, in a time of persistent solitude… it is impossible to believe a place as our own place unless we renounce to live inside of our feelings and mind.

My house, my place,  is not made up of places, buildings, walls. My house, my place, is made up of people, thoughts, differences, cultures, knowledge… these never one could imprison and never one could lead to death.

 

Abbiamo forse cercato a lungo un posto che potesse essere il nostro posto. Lo abbiamo cercato fin da quando il desiderio di indipendenza ha cominciato a reclamare una porta aperta per guardarsi attorno senza guardarsi indietro neanche una volta.

È una cosa giusta da fare, l’indipendenza dovrebbe essere conseguenza della maturazione, del proprio essere pronti a percorrere da soli la rotta che si sta scegliendo. Sebbene, qualche volta, questa sia anche deludente e sorprendente.

Il problema non è l’indipendenza, né lo è il posto che si sceglierà, ma piuttosto che cosa sia un posto e quale sia il luogo in cui si intende fermarsi allo scopo di stabilire la meta del proprio vagabondare.

Voglio dire, a volte cerchiamo fuori ciò che dovremmo trovare dentro e questo comportamento potrebbe avere delle conseguenze molto pericolose.

Qualche volta, ciò che definiamo casa non è altro che le pareti di un edificio che presto si trasformeranno nei cancelli di una prigione.

In un’epoca di confini e barriere fluttuanti, in un’epoca di luoghi che si spostano a causa del lavoro o per cercarne uno, in un’epoca di persistente solitudine… è impossibile guardare a un luogo come al proprio posto a meno che si rinunci a vivere dall’interno i propri sentimenti e i pensieri.

La mia casa, il mio posto, non è fatto da luoghi, edifici, mura. La mia casa, il mio luogo, è fatto di persone, pensieri, differenze, culture, conoscenza… Queste cose mai nessuno potrà imprigionarle e nessuno mai potrà condurle a morte.

 

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