The Lost Stories

There are plenty of them, the lost stories.

They are those we cannot know or don’t want to know and they are also the ones we don’t want to tell in the pale hope not to be judged for them because we are responsible or simply because we have undergone them and we don’t want the others to know it.

However, they exist and we cannot avoid dealing with them.

These are the stories I like to feel part of, hear and tell as they were lived on my skin, as if I were the protagonist of the other’s pain, delusion, joy, research. Because their stories become my own while in a silent but obvious change, mine becomes theirs.

We need delicacy, respect, motivation, open-mind, ability not to judge in order these stories could be deeply understood and shared and witnessed. We shouldn’t use them because of personal interest and in the hope to become famous exploiting the other’s life. This is a dangerous risk, but it is preventable if we are honest and ask ourselves what is the reason why of our writing and telling.

A writer should be honest and decent, loyal and consistent, strong and clean enough to take care and protect the feelings he/she is telling about without hurting and offending the private emotions of those who have inspired him/her.

The words a writer transmits shouldn’t be only words but lives and life is a delicate issue to treat and touch, a writer should never betray it whatever his/her emotions and involvement.

I see so many lost stories that remain such because of the insensibility and indifference of their writers who only work to obtain a useless and transitory visibility which could give them the illusion to be famous and exist.IMG_20180901_150329_resized_20180902_044839221

I feel to be alive, indeed, when I respect the story and the writing, not when my name in named and then forgotten. It is not my name people should remember, but my passion for truth and the honest and coherent dignity I find worth living for and telling of. It is not my name to be important, but the memory of the stories I tell.

I share J. Keats’ vision, I believe it is true, I really do… Here lies one whose name was writ in water…

 

Ce ne sono moltissime, di storie perdute.

Sono quelle che non riusciamo a conoscere o non vogliamo e sono anche quelle che non vogliamo raccontare nella pallida speranza di non essere giudicati per esse perché ne siamo responsabili o perché le abbiamo subite e non vogliamo che gli altri lo sappiano.

In ogni caso, esse esistono e non possiamo evitare di farci i conti.

Queste sono le storie di cui amo sentirmi parte, ascoltare e raccontare come se le avessi vissute sulla mia pelle, come se fossi io la protagonista del dolore dell’altro, della delusione, della gioia, della ricerca. Perché le altre storie diventano la mia mentre in un silenzioso ma ovvio scambio, la mia diventa la loro.

Ci vuole delicatezza, rispetto, motivazione, mente aperta, capacità di non giudicare affinché queste storie possano essere profondamente comprese e condivise e testimoniate. Non dovremmo usarle per interesse personale e nella speranza di diventare famosi sfruttando la vita degli altri. Questo è un rischio pericoloso, ma è prevedibile se siamo onesti e chiediamo a noi stessi la ragione del nostro scrivere e raccontare.

Uno scrittore/scrittrice dovrebbe essere onesto e decoroso, leale e coerente, forte e pulito abbastanza da aver cura e proteggere i sentimenti di cui racconta senza ferire e offendere le emozioni private di coloro che lo hanno ispirato.

Le parole che uno scrittore trasmette non dovrebbero essere solo parole ma vite e la vita è un soggetto delicato da trattare e toccare, uno scrittore non dovrebbe tradirla mai qualsiasi le sue emozioni e il coinvolgimento.

Vedo così tante storie perdute che rimangono tali a causa dell’insensibilità e dell’indifferenza dei loro scrittori che lavorano soltanto per ottenere un’inutile quanto transitoria visibilità che possa dare loro l’illusione di essere famosi e di esistere.

Io, in verità, mi sento viva quando rispetto la storia e la scrittura, non quando il mio nome è nominato e poi dimenticato. Non è il mio nome che le persone dovrebbero ricordare, ma la mia passione per la verità e la dignità onesta e coerente per la quel trovo che sia degno vivere e di cui raccontare. Non è il mio nome a essere importante, ma la memoria delle storie che racconto.

Condivido la visione di J. Keats, credo sia vera, lo credo davvero … Qui giace uno il cui nome è scritto sull’acqua…

 

 

 

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