Teaching Responsibility

When I was a child I was taught how to live.

Of course,  I learnt plenty of other things while growing-up and experimenting by myself light and darkness, joy and suffering, success and failure. Yet, those first teachings have shaped somewhat the shape of my heart.

When I was a child, my mother always told me don’t waste the food you have because there are children in the world without any food. Really, I couldn’t bear this command, I could not understand how the meal I didn’t want to eat could satiate those children’s hunger; however, though to tell the truth I didn’t always respect her order, I was haunted by their hunger, I could even imagine their mouths opening to grasp the food I trashed.

Yes, those children and their poverty became at first my open-eye nightmare. My family was not a rich family and my mother made great silent sacrifices to guarantee the children of the house with the necessary to live. Why should have I been worried about others’ hunger if I couldn’t wear a new dress or even fear the toilet paper could finish and be obliged to use newspapers? Why should I be worried of those unknown children if I could never buy an optional, but everything we bought could represent a sacrifice for another member of our family?

Yet, I learnt that my poverty was richness  if compared to those children’s one. I learnt to look for the essentials and to share the few I had. I learnt to renounce and smile while doing because no one can be left alone in his suffering and no one is worth suffering because of the others indifference. My mother taught me to respect actively. She told me I couldn’t save the world, but she obliged me to concern for the world.

At first, it was very difficult, I told you about my open-eye nightmares, however, while I was growing I understood the message and I started to establish for myself those rules which still now govern my being: never to be indifferent, never believe to be the only one, never dismiss the habit to look for the others’ good, never be afraid of suffering but change pain in love and love and love.

This has become a style of life, one which I teach my children and my students, one I never once fail to respect, one which honors me with the gift of loyalty, honesty, modesty, authenticity. I wish many more should receive and give this sort of teaching.

Imagine how I feel facing the daily refusal of the others. Imagine how I feel listening that those children from my infancy are even more suffering than before and that they are refused by a country or another because of political principles which nothing have to do with the care for the others and the interest of humanity.

We are playing our games and tricks over other’s shoulder that have no more resources to bear what we are doing. Let’s save them before judging, let’s save them before they die in order to demonstrate the power we have. Let’s save them without exploiting their pain as an instrument to proclaim our strength. Their lives are not the ping-pong ball we continue launching from one side to the other of our borders. It is not consistency and loyalty to every state policy to spot our hands and heart and mind with their blood.

I see them abandoned in the ocean of our own discontent and I continue to listen to my mother’s voice…. don’t waste your food… there are children in the world.

 

Quando ero una bambina mi è stato insegnato a vivere.

Certamente, ho imparato un mucchio di altre cose crescendo e sperimentando da sola la luce e l’oscurità, la gioia e la sofferenza, il successo e il fallimento. Tuttavia, quei primi insegnamenti hanno in qualche modo dato forma al mio cuore.

Quando ero bambina, mia madre mi diceva sempre non sprecare il cibo che hai perché nel mondo ci sono bambini che non hanno niente da mangiare. In realtà, io non sopportavo questo comando, non riuscivo a capire come il pasto che io non volevo mangiare potesse saziare la fame di quei bambini; comunque, sebbene a onor del vero non sempre rispettassi il suo ordine, io ero perseguitata dalla loro fame, riuscivo persino a immaginare le loro bocche che si aprivano per afferrare quello che io gettavo via.

Sì, in un primo momento, quei bambini e la loro povertà divennero il mio incubo a occhi aperti. La mia famiglia non era una famiglia ricca e mia madre faceva enormi e silenziosi sacrifici per garantire ai bambini della casa il necessario per vivere. Perché avrei dovuto preoccuparmi della fame degli altri se io non potevo indossare un vestito che fosse nuovo o persino temere che la carta igienica finisse ed essere obbligata a usare i giornali? Perché avrei dovuto preoccuparmi di quei bambini sconosciuti se io non potevo mai comprare un optional, e ogni cosa che compravamo poteva rappresentare un sacrificio per un altro membro della famiglia?

Eppure, io imparai che la mia povertà era ricchezza se paragonata a quella di quei bambini. Imparai a cercare le cose essenziali e a condividere il poco che avevo. Imparai a rinunciare e a sorridere facendolo perché nessuno può essere lasciato solo nella propria sofferenza e nessuno merita di soffrire a causa dell’indifferenza degli altri. Mia madre mi insegnò a rispettare attivamente. Mi disse che io non potevo salvare il mondo, ma mi obbligò a preoccuparmene.

All’inizio fu molto difficile, vi ho detto dei miei incubi a occhi aperti, tuttavia, crescendo, compresi il messaggio e cominciai a stabilire da sola quelle regole che ancora oggi governano il mio essere: non essere mai indifferenti, non credere mai di essere gli unici, non smettere mai l’uso di cercare il bene per altri, non aver mai paura di soffrire ma cambiare la sofferenza in amore, amore , amore.

Questo è diventato uno stile di vita, uno stile che insegno ai miei figli e ai miei studenti, uno stile che non smetto mai di rispettare, uno stile che mi onora del dono dell’onestà, della lealtà, della modestia, dell’autenticità. Vorrei che molti ricevessero e donassero ancora questo tipo di insegnamento.

Immaginate come mi sento di fronte all’attuale rifiuto degli altri. Immaginate come mo sento quando sento che quei bambini della mia infanzia soffrono ancora più di prima e sono rifiutati da un paese o dall’altro per ragioni politiche che non hanno nulla a che vedere con la cura dell’altro e con l’interesse per l’umanità.

Stiamo giocando i nostri giochi e giochetti sulle spalle di quegli altri che non hanno più risorse per sostenere quello che noi stiamo facendo. Salviamoli prima di giudicarli, salviamoli prima che muoiano per dimostrare il potere che abbiamo noi. Salviamoli senza sfruttare la loro sofferenza come strumento per proclamare la nostra forza. La loro vita non è la pallina di ping-pong che continuiamo a lanciarci da un lato all’altro dei nostri confini. Non è coerenza e lealtà alla popolazione di uno stato macchiarsi le mani e il cuore e la mente con il loro sangue.

Li vedo abbandonati nell’oceano del nostro scontento e continuo a sentire la voce di mia madre…non sprecare il tuo cibo… ci sono bambini nel mondo…

 

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