Writing because…

While I continue writing my new novel from a true story, I just stop to think of how great is the need of truth in the people and how much they would prefer to be suspended in the indefinite and in their ignorance in order not to cope so many uneasy truths.

The point is that the other’s truth is also our own story.

It is the story of frequent indifference and egoism, it is the story of a human and social disengagement which derives from our having put at the centre of every relationship the usufruct and exploitation of other’s solitude because it could represent an advantage for us.

Yet, also in this manner, those stories don’t stop being our own stories, indeed, they are even more, because they denounce the emptiness and pusillanimity to believe life a one direction possession.

Then, I ask myself, how much this story that, as ‘Don’t Climb Over That Wall’, bares the truth of someone who is suffering a disease, but also that of those who observe and hide their head in the sand, I wonder how much space of listening shall it have.

Yet, I’, writing it even with larger passion, because it is not  consent but dissent what we need to learn and discover how much life is really important.

 

Continuando a scrivere la mia nuova narrazione tratta da una storia vera, mi fermo un attimo e rifletto su quanto grande sia nelle persone il bisogno di verità e su quanto, invece, preferiscano restare nel vago o nell’ignoranza pur di non affrontare tante realtà scomode.

Il fatto è che la verità dell’altro è anche la nostra storia.

È la storia di frequenti indifferenze ed egoismi, è la storia di un disimpegno umano e sociale che deriva dall’aver messo al centro di ogni relazione l’usufrutto o lo sfruttamento della solitudine altrui purché essa possa rappresentare un vantaggio per noi.

Eppure, anche così, quelle storie non smettono di essere la nostra storia, anzi, lo diventano ancora di più, perché denunciano il vuoto e la pusillanimità del credere la vita un possesso a senso unico.

Mi domando, allora, quanto questa storia che, come “Non scavalcare quel muro”, mette a nudo la realtà di chi soffre un disagio, ma anche quella di chi osserva e nasconde la testa nella sabbia, mi domando quanto potrà mai avere spazio di ascolto.

Eppure, la scrivo e con più fervore, perché non è di consenso, ma di dissenso che abbiamo bisogno per imparare a riscoprire quanto la vita sia importante davvero.

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