There exist no borders

We are one the prosecution of the other, every country or land is the prosecution of the other, even the oceans are not suspended in the emptiness but cover the submersed lands which meet in the underground.

Every person, as freedom itself, does not end but continue in the life and freedom of the others. Every person, as its story itself, does not regard the subject of its living, but the entire community of the world.

We are get used to separate ourselves from the others, to divide our possessions from those of the others, our thoughts and beliefs from other thought and beliefs… as we were machines programmed to receive and never give, to acquire and never donate, to get our individual place in world though it is no more a world where separations have a meaning.

Yesterday, while I was walking thoughtless, or seemingly such, I met Osas and as usual we shook our hands. How different my world is from his own, how distant our culture and religion, how great the distance between my certainties (not so many to tell the truth, but however existing) and Osas’ones. Yet, we shook our hands and smiled to each other, because only that was important… my smile, his smile, his hand, my hand.

There are no borders among the people except those we want imagine and build, neither the geographical frontiers can separate us unless we invent walls which have no more reason to exist… however we do!

What do we see in the others we consider differentiate the point to escape from them and pretend to need to be protected? Once more I suppose we don’t fear the others,  once more I conclude we fear our own inability to face the fear we have not to be really free. I’m beginning to think that we need fear as a resource, the weapon we can use not to be engaged in the understanding and sharing of our life with the others. We need to be afraid not to discover and cope with our own weakness and we prefer isolation to sharing, individualism to confrontation.

Sometimes I think we fear ourselves and the borders or the barbed wire fence we build are not to isolate them from us but us from them. We are the prisoners of our own discontent, we are the slave of our prejudice.

 

Siamo uno la prosecuzione dell’altro, ogni paese o terra è la prosecuzione dell’altra, persino gli oceani non sono sospesi nel vuoto ma coprono le terre sommerse che si incontrano nel sottosuolo.

Ogni persona, come la stessa libertà, non finisce ma continua nella vita e nella libertà degli altri. Ogni persona, come la sua stessa storia, non riguarda solo il soggetto che la vive, ma l’intera comunità del mondo.

Siamo abituati a separarci dagli altri, a dividere ciò che possediamo da ciò che posseggono gli altri, i nostri pensieri e credenze dai pensieri e credenze degli altri… come se fossimo macchine programmate a ricevere senza mai dare, a comprare senza mai donare, a ottenere il nostro posto individuale nel mondo sebbene esso non sia più un mondo in cui le separazioni abbiano significato.

Ieri, mentre passeggiavo spensierata, o apparentemente tale, ho incontrato Osas e come al solito ci siamo stretti la mano. Quanto differente è il. mio mondo dal suo, quanto distante la nostra cultura e religione, quanto grande la distanza tra le mie certezze (non molte, a dire il vero, ma comunque esistenti) e quelle di Osas. Tuttavia, ci siamo stretti la mano e abbiamo sorriso, perché solo quello era importante… il mio sorriso, il suo sorriso, la sua mano, la mia mano.

Non ci sono confino tra le persone eccetto quelli che vogliamo immaginare e costruire, neanche le frontiere geografiche ci possono separa a meno che  inventiamo muri che non hanno ragione di esistere… eppure li costruiamo!

Che cosa vediamo negli altri che consideriamo differenti al punto di scappare da loro fingendo di avere bisogno di essere protetti? Ancora una volta penso che non abbiamo paura degli altri, ancora una volta concludo che abbiamo paura della nostra incapacità di affrontare la paura che abbiamo di non essere veramente liberi. Comincio a credere che abbiamo bisogno della paura come se fosse una risorsa, l’arma che possiamo usare per non impegnarci nella comprensione e condivisione della nostra vita e di quella degli altri. Abbiamo bisogno di avere paura per non scoprire e affrontare la nostra debolezza e preferiamo l’isolamento alla condivisione, l’individualismo al confronto.

Talvolta penso che abbiamo paura di noi stessi e i confini e le separazioni di filo spinato che costruiamo non servono a separare loro da noi, ma noi da loro. Siamo prigionieri del nostro scontento, siamo schiavi del nostro pregiudizio.

 

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