The profession of writing

Sleepless nights to write, the fingers that tremble on the keyboard almost incapable of revealing the story that is going to be told, scattered sheets and notes on the chalkboard in the apparent disorder of my complete vision, liters and litres of coffee, my stomach burning for anxiety and fatigue, my good Freddie that beats strong and irregular because of the emotion and lack of rest, the restlessness of thought that goes beyond prediction and keeps on running  without I could tell “enough, now, just rest”, the back pains because of being always sat, legs that fall asleep for the wrong position that I do not realize that I have taken on because everything is concentrated and tense on those words that are placed on the open blank page on desktop while, in the background, the sun rises slow and invisible between the rain and the wind that shakes the shutters still closed.

Again, the discomfort of knowing that the everyday things will come to interrupt me and then my need of going ahead before it happens bursts, and then I sweat, I sweat even if it’s cold, I sweat because I can’t afford to lose that moment of passion that envelopes me and involves in that narration that is now a part of me.

Finally, I stop, by force, with the desire not to, but with certainty that I need to lie down for a moment and rest my limbs, while, always awoken, the thought continues to search in its wandering deep, safe and uncertain, strong and weak, lonely but never alone.

Here, this is writing, this is to use the words with dignity and consistency, to suffer and to suffer physically and in the mind because of the consequences of a job that never stops. Very unromantic, I know, but this is writing for those who don’t pretend to be writer, but who really are, those who know writing is not filling words with words, but living words and being responsible for them. So my books are born, so I live them and so do I gift them.

 

Le notti insonni a scrivere, le dita che tremano sulla tastiera quasi incapaci di rivelare la storia che si racconta, fogli sparsi e note sulla lavagna nel disordine apparente della mia visione completa, litri e litri di caffè, stomaco che brucia per l’ansia e la stanchezza, il mio buon Freddie che batte forte e scombinato per l’emozione e la mancanza di riposo, l’irrequietezza del pensiero che va oltre il previsto e corre indaffarato senza che io possa dire “ora basta, riposa”, il mal di schiena per stare sempre seduta, le gambe che si addormentano per la posizione sbagliata che non mi accorgo di avere assunto perché tutto è concentrato e teso su quelle parole che si imprimono sulla pagina bianca aperta sul desktop mentre, sullo sfondo, il sole sorge lento e invisibile tra la pioggia cadente e il vento che sferza le serrande ancora chiuse.

Ancora, il fastidio di sapere che le cose del quotidiano verrano a interrompermi e allora scoppia la foga di andare ancora avanti prima che accada, e allora sudo, sudo anche se fa freddo, sudo perché non posso permettermi di perdere quell’istante di passione che mi avvolge e coinvolge in quel narrato che è ora parte di me.

Infine, mi fermo, per forza, con il desiderio di non farlo, ma con la certezza di avere bisogno di stendermi un attimo e riposare le membra, mentre, sempre desto, il pensiero continua a cercare nel suo vagare nel profondo, sicuro e incerto assieme, forte e debole, solitario ma mai solo.

Ecco, questo è scrivere, questo è usare la parola con dignità e coerenza, soffrire e patire fisicamente e nel pensiero le conseguenze di un lavoro che non si arresta mai. Davvero poco romantico, lo so, ma questo è scrivere per chi non si improvvisa scrittore, per chi sa che scrivere non è riempire i fogli di parole, ma vivere le parole ed esserne responsabili. Così nascono i miei libri, così li vivo e così li dono.

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2 pensieri su “The profession of writing

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