Too many writers in a world with a few readers

I ask myself: shouldn’t personal freedom include the awareness we are not able to do everything? That’s to say we are not perfect!

Actually, for example, there are too many writers in a world with a few readers. This must mean something! I don’t want to enter here the editorial issue between great and small firms and the excessive self-publishing which makes everyone think to be able to write. We all can write, but not everyone knows how to write and what to say.

It’s like to say that everyone can play football, but not everyone can play agonistic games! Well, this promise of pseudo freedom falls apart, and makes it impossible to discern the personal ability of each one. It is as, in the belief we can do whatever, we were are not able to do well anything; we cannot understand what we should specialize in and what would be better to let it doing by others.

We live in a confusion according the which we surrender in front of the many things we have to opportunity to do without choosing one which could fit better to our competences and our way of being.

A new age as been inaugurated, the Age of Know-It-All. An age where everything is approximate and nothing is completed.

This is the reason why, those who believe to be writers but they are only pretending, fall in copying others’ ideas (sometimes even themselves’) and reproduce them adding only some small particular, changing the order of the episodes and things like this, or they prefer self-publishing because it is less dangerous in terms of refusal on the editor side, faster and, if you have a discreet public on your social, even more convenient and lucrative.

These are choices which I don’t want to criticize, but I I only hope they follow a criteria of authenticity and not one of visibility.

As for myself, I need the dialogue with my Editor, I need to discuss some points of my writing because I want to be sure about the authenticity of my work, I like to question myself about the correct references I use in my essays or stories, I like to be honest and loyal to the voices I am going to narrate. Of course, the period which passes from my delivering a manuscript to that of the eventual acceptance is sometimes a period of anxiety and one in which I continue to doubt about the value of my writing. However, it is also a period which helps me to grow and also when I ask myself if my work was good or could be bettered I continue to grow and discover the meaning and the direction I have put in my work.36695436_1756037571176214_7218324901847891968_n

As a writer, I want to be chosen.

As a reader, I don’t like to be deceived; I don’t like to perceive I have already read somewhere else the same thing; I don’t like to discover the superficiality some issues have been treated. I like to imagine the voice of the writer while he tells me his/her story; I like to imagine the fight of the writer who wants to give me the objectivity of the story as well as his deep involvement; I want imagine the writer feeling my same feeling, or others, but never non-involvement, when I read and his disappointment or joy; I want to imagine the writer’s loyalty to the story and to me as a reader; I want to receive the imagine of his anxiety as if he were waiting exactly from me to finish the reading and trusting in his writing and sense.

I fear that the excess of simplification our time offers to us is, on the contrary, creating the greatest confusion of all; simplifications are misleading people from their research for the truth and abandoning them in the empty abyss of nothingness.

 

 

Mi chiedo: nella libertà personale, non dovrebbe rientrare anche la consapevolezza di poter non essere in grado di fare ogni cosa? Cioè, non siamo perfetti!

In realtà per esempio, ci sono troppi scrittori in un mondo che ha pochi lettori. Questo deve pur significare qualcosa! Non voglio affrontare qui la questione editoriale tra grandi e piccoli marchi e l’eccessivo self-publishing così di moda e che fa pensare a tutti di essere capaci di scrivere. Tutti sappiamo scrivere, ma non tutti sanno come e che cosa scrivere.

È come dire che tutti possono giocare a calcio, ma non tutti possono giocare in gare agonistiche! Ebbene, questa promessa di pseudo-libertà fa acqua da tutte le parti, e rende impossibile discernere le capacità individuali di ciascuno. È come se, credendo di poter fare qualsiasi cosa, non fossimo capaci di fare nessuna cosa; non riusciamo a capire in che cosa possiamo specializzarci e che cosa sarebbe meglio lasciar fare ad altri.

Viviamo in una confusione secondo la quale ci arrendiamo dinanzi alle tante opportunità delle cose che potremmo fare senza sceglierne una che si adegui meglio alle nostre competenze e al nostro modo di essere.

Una nuova epoca è stata inaugurata: l’Era della Tuttologia. Un’epoca in cui tutto è approssimativo e niente è completo.

Questo è il motivo per cui quelli che credono di essere scrittori, ma fanno finta soltanto, cadono nel copiare le idee degli altri (spesso persino le proprie) e le riproducono aggiungendo qualche piccolo particolare o cambiando l’ordine degli episodi o cose del genere; oppure preferiscono il self-publishing perché è meno pericoloso in termini di rifiuto da parte di un editore, più rapido e, se si ha un pubblico discreto sui propri social, persino più conveniente e lucrativo.

Queste sono scelte che io non voglio criticare, spero solo che esse seguano criteri di autenticità e non di visibilità

Per quanto riguarda me, io ho bisogno del dialogo con il mio Editore, ho bisogno di discutere alcuni punti dei mie scritti perché voglio essere certa dell’autenticità del mio lavoro, mi piace interrogarmi sulla correttezza dei miei riferimenti sia nei saggi che nei romanzi, mi piace essere onesta e leale verso le voci di cui narro. Certamente, il periodo che passa dalla consegna del manoscritto alla sua eventuale accettazione è un periodo di ansia e uno in cui continuo a dubitare del valore della mia scrittura. Comunque, è anche un periodo che mi aiuta a crescere e anche quando mi chiedo se il mio era un buon lavoro o andava migliorato continuo a crescere e a scoprire il significato e la direzione che ho messo nel mio lavoro.

Da scrittrice, io voglio essere scelta.

Da lettrice, non voglio essere ingannata; non voglio avere la percezione di avere già letto altrove quella stessa cosa; non mi piace scoprire la superficialità con cui alcuni argomenti vengono trattati. Mi piace la voce di chi scrive che mi racconta la sua storia; mi piace immaginare la lotta di chi scrive per uscire a darmi l’oggettività della storia come anche il suo profondo coinvolgimento; voglio immaginare lo scrittore che prova i miei stessi sentimenti, o altri, ma che non è estraneo alla storia, immaginare il suo disappunto o la gioia; voglio immaginare la lealtà di chi scrive verso la storia e verso si me che leggo; voglio percepire l’immagine di questa ansia di chi scrive come se stesse aspettando propio che io finisca la lettura e abbia fiducia nella sua scrittura e nel suo senso.

Temo che l’eccesso di semplificazione che offre il nostro tempo sia, al contrario, creare la più grande delle confusioni; le semplificazioni stanno sviando le persone dalla ricerca della verità e le stanno abbandonando nel vuoto abisso del nulla.

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