Amal, one of the too many forgotten

Amal is dead, how many know who she was? How many know the condition of her family and country, Yemen? How many are really interested to her?

Yet, all over the world people claim and protest for her death; all over the world her story becomes a symbol of suffering; all over the world we wait for innocents to die for crying them and rememberer that they existed.

Nothing against the widespread of Amal’s name, nothing to criticize about her becoming a symbol, yet, how many like Amal must die before we consider their life and not their death?

Amal is a symbol now, but she was a life before and we didn’t see it. Amal like the many others are used as symbols that will be forgotten as soon as the story will be canceled from the main news.

I hate symbols. I hate the useless symbols which gratify us because we are still able of compassion, though we do nothing to avoid that sort of things happen.

Amal and the many forgotten are not the symbol of their sufferings and death, they are the symbol of our perversion and indifference; they are the scars produced by our untold malignity and interest.

Those children are forgotten in order to give us the opportunity to gain on their skin abusing of their solitude and of the lack of memory which surrounds them. We are not individually guilty of their pains and abandon, but we are guilty as societies that pay the greatest attention to enlarge their power no matter the others suffer in an immense contrast with our richness.

Amal is not a symbol of her suffering and of the suffering of those who die in the same condition. She is the symbol of our lack of responsibility, she is the finger which indicates and accuses us of our silence.

 

Amal è morta. Quanti sanno chi fosse? Quanti conoscono le sue condizioni e quelle del suo paese, lo Yemen? Quanti sono davvero interessati a lei?

Tuttavia, in tutto il mondo si invoca e si protesta per la sua morte; in tutto il mondo la sua storia diventa un simbolo di sofferenza; in tutto il mondo aspettiamo che gli innocenti muoiano per piangerli e ricordarci che esistevano.

Non ho nulla contro la diffusione del nome di Amal, nulla da criticare sul fatto che diventi un simbolo, eppure, quanti come Amal devono morire prima che noi ci interessiamo alla loro vita e non alla loro morte?

Amal è un simbolo ora, ma era una vita prima e noi non ce ne siamo accorti. Amal come tanti altri sono usati come simboli che saranno dimenticati non appena quella storia sarà cancellata dalle notizie principali.

Io odio i simboli. Odio i simboli inutili che ci gratificano perché siamo ancora capaci di compassione, sebbene non facciamo nulla perché quelle cose non accadano.

Amal e i molti dimenticati non sono il simbolo della loro sofferenza e morte, essi sono il simbolo della nostra perversione e indifferenza; sono le cicatrici prodotte dalla nostra mai dichiarata cattiveria e interesse.

Quei bambini sono dimenticati per dare a noi l’opportunità di guadagnare sulla loro pelle abusando della loro solitudine e della mancanza di memoria che li circonda. Noi non siamo individualmente colpevoli del loro dolore e abbandono, ma siamo colpevoli in quanto società che prestano grande attenzione ad ampliare il proprio potere non importa se gli altri soffrono in un contrasto immenso con la nostra ricchezza.

Amal non è il simbolo della sua sofferenza e della sofferenza di quelli che muoiono nella stessa condizione. Ella è il simbolo della nostra mancanza di responsabilità, è il dito che ci indica e ci accusa del nostro silenzio.

 

 

 

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