Fate or choice?

I met Suzanne through one of her long emails. I’ve waited long before speaking of her not because she did not give me her consent, something she did immediately without I asked, but because her story is the story of a victim that technically we call collateralHer suffering, indeed, is not collateral.

She is a girl, now a woman, who assisted to the violence, psychological and physical, her mother underwent before deciding to suicide. She is a collateral victim, we say, but the pain and the consequences she has kept and keeps in her daily life are absolutely not collateral.

Suzanne is now a wife but she doesn’t want to be a mother. Her life has been nurtured at the sounds of the punches her mother received and of the useless screams she cried unheard even when she denounced, even when she jumped out of her house balcony.

Suzanne is a strong woman because she is fighting to give her relationship a life and an end different from the one she has suffered on her experience as a daughter, but, she says, it is difficult because there are moments in which I don’t hear my husband’s voice when we quarrel but my father’s and somewhere far in the same memory I can also hear my mother’s screams and my own.

Suzanne says that her husband is a good man and that he helps her, anyway there are moments in which she thinks the life she is living is not of her own because she thinks she is not worth of such a love!

How desperate her story! She is unable to join and enjoy her opportunity to love and be loved completely because it’s like to live two parallel lives and she cannot separate from that mother who abandoned me but didn’t save me, she says.

Suzanne has asked me <<Did my mother’s story happen because of fate or choice?>>, I have no answer to this question, I don’t know, probably both, or maybe not. I am usually not inclined to believe in fate, because I suppose each person can choose what kind of shape she can give his/her life. Yet, sometimes there are no choices. I also think that probably Suzanne’s mother was a choice however unclear to her. It was perhaps the extreme attempt to save her calling the attention of the many who were indifferent to her request of help. Probably her mother had saved her, because in the letter she left she had described the reasons of her suicide and the consequence was that Suzanne had been given in custody to a foster family.

I could not tell Suzanne these things, she already knew them, what she missed was something none could give her back: a family, not a perfect one, but a family where she could learn how to love and to be loved, that is to learn how to accept love.

Fate or choice do not matter. Life matters and the opportunity you have and give to live it.

 

Ho incontrato Suzanne attraverso una delle sue lunghe email. Ho aspettato a lungo prima di parlare di lei non perché non me ne avesse dato il consenso, che mi diede immediatamente senza che lo chiedessi, ma perché la sua storia è la storia di una di quelle vittime che si chiamano collaterali. La sua sofferenza, in realtà, non è collaterale

È una ragazza, ora una donna, che aveva assistito alla violenza, psicologica e fisica, che la madre aveva subito prima di decidere di suicidarsi. Lei è una vittima collaterale, si dice, ma il dolore e le conseguenze che subì e mantiene nel suo quotidiano non sono assolutamente collaterali.

Suzanne ora è una moglie, ma non vuole essere madre. La sua vita è stata nutrita al suono dei pugni che la madre riceveva e degli inutili strilli che urlava non ascoltata persino quando denunciava, persino quando si lanciò giù dal suo balcone.

Suzanne è una donna forte perché sta lottando per dare alla sua relazione una vita e una conclusione diversa da quella che ha sperimentato nella sua esperienza di figlia, ma, lei dice,  è difficile perché ci sono momenti in cui io non sento la voce di mio marito quando discutiamo per qualcosa, ma quella di mio padre e da qualche parte lontano nella stessa memoria riesco anche a sentire gli strilli di mia madre e i miei.

Suzanne dice che il marito è un uomo buono che cerca di aiutarla, ma ci sono comunque dei momenti in cui lei pensa che la vita che sta vivendo non le appartenga perché crede di non essere degna di tale amore!

Come è disperata la sua storia! È incapace di unirsi e di gioire della sua opportunità di amare e di essere riamata completamente perché è come se vivesse due vite parallele e non riesce a separarsi da quella madre che mi ha abbandonata ma non mi ha salvata, dice.

Suzanne mi ha chiesto <<La storia di mia madre è accaduta per destino o per scelta?>>, non ho risposta a questa domanda, non lo so, forse tutti e due, o forse no. Di solito non sono incline a credere nel fato, poiché credo che ogni persona possa scegliere che forma dare alla propria vita. Eppure, a volte non ci sono scelte. Penso anche che quella della madre di Suzanne fu una scelta per quanto lei non possa comprenderlo. Fu forse l’estremo tentativo di salvarla richiamando l’attenzione dei tanti indifferenti Alla sua richiesta di aiuto. Forse sua madre l’aveva salvata, perché nella lettera che aveva lasciato descrisse i motivi del suo suicidio e la conseguenza fu che Suzanne fu affidata a una famiglia affidataria.

Non potevo die queste cose a Suzanne, le sapeva già, ciò che le mancava era qualcosa che nessuno poteva restituirle: una famiglia, non di quelle perfette, ma una famiglia in cui potesse imparare ad amare e ad essere amata, cioè ad accettare l’amore.

Fato o scelta non importano. La vita conta e l’opportunità che si ha e si dà di viverla.

 

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