The best of all

Are we still able to be moved by simple things? Or are we lost in greatest ones? Sometimes I think the second to be true, it doesn’t matter how much lost we are, what counts is that we think of ourselves as involved in the greatest businesses.

What about the simplest? We don’t care, though it is maybe there the site of our deep fulfillment. It is as to build skyscrapers without fundaments: we suppose we can touch the sky, but it does not touch us, neither it is moved because of us while we are precipitating in the abyss we have prepared for ourselves.

The best of all is not countable in terms of money but of interior richness. The best of all is not how much we have got but how much we have  learnt. The best of all is not what we possess but what we share. The best of all is not the private joy lived as a limitation to other’s, but the joy we discover along with the others.

I fear one of the greatest problems in our time is to have abandoned the joy of the simple things, their purity and disinterested care for people and life. We follow and run after great conquests which limit our horizon because of their explicit but apparent greatness, but do not allow us to observe and love what is beyond them.

We have started to believe that the fullness we surround us with is the gratification to our passion in what we believe, but it is nothing else than a way to fulfill the emptiness of our interior dissatisfaction: we cover the emptiness with a very fragile veil ready to tear off at the first accident.

I think we should stop for a while and think of what we are doing in the smallest as in the largest aspects of our life. Are we living in order to be self-gratified or are we living to look for a sense beyond our own small-minded interests?

I wish we could learn to choose a life probably less rich in things but extremely richer in meaning.

 

Siamo ancora capaci di lasciarci emozionare dalle cose semplici? O ci siamo persi in quelle più grandi? Talvolta credo che la seconda affermazione sia più reale, non importa quanto siamo persi, ciò che conta è che crediamo di essere coinvolti nelle cose più grandi.

Che cosa pensiamo delle cose più semplici? Non ce ne preoccupiamo, sebbene sia forse proprio lì la dimora di una più piena realizzazione. È come se costruissimo grattacieli senza fondamenta: supponiamo di poter toccare il cielo, ma il cielo non tocca noi, né si commuove per noi mentre precipitiamo nell’abisso che ci siamo costruiti.

Le cose migliori non possono essere valutate in termini di denaro ma di ricchezza interiore. Le cose migliori non sono quanto abbiamo ottenuto ma quanto abbiamo imparato. Le cose migliori non sono quanto possediamo ma quanto abbiamo condiviso. Le cose migliori non sono la gioia privata vissuta come un limite alla gioia degli altri, ma la gioia che scopriamo insieme agli altri.

Credo che uno dei problemi più grandi della nostra epoca sia di aver abbandonato la gioia delle cose semplici, la loro purezza e la cura disinteressata per le persone e la vita. Inseguiamo e corriamo dietro a grandi conquiste che limitano il nostro orizzonte a causa della loro esplicita ma apparente grandezza, ma non ci consentiamo di guardare e amare  tutto ciò che è oltre di esse.

Abbiamo cominciato a credere che la pienezza con cui ci circondiamo sia la gratificazione per la nostra passione per ciò in cui crediamo, ma non è altro che un modo per riempire il vuoto della nostra insoddisfazione interiore: copriamo il vuoto con un velo molto fragile pronto a lacerarsi al primo incidente.

Credo che dovremmo fermarci un momento a pensare a che cosa stiamo facendo nelle piccole come nelle grandi cose della nostra vita. Viviamo per auto-gratificarci o viviamo per cercare un significato oltre i gretti interessi personali?

Vorrei che potessimo imparare a scegliere una vita probabilmente meno ricca di cose, ma estremante più ricca di senso.

 

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