Resisting to other’s pain

…I answer…

You are asking me I could I resist to Maria’s story narration in “Don’t Climb Over That Wall” (Nulla Die). The truth is I don’t know how.

Don’t know how I could resist and still today, every time I read a part of the book, a stabbing pain squeezes my heart.

I could say many elevated things to seem important and to show how great my ability, but they would be lies, inventions which would abuse of a self-speaking story. Of course, as you say, ‘the narrative technique and the language avoiding the unnecessary make the story more insistent and one cannot detach from it‘, but it is also true that this sort of stories must be written to speak directly both to those who knows how to listen and atto the ones who prefer the silence.

I have to admit that among the several books I wrote, this one is the one I more often return to.

‘Maria’s story’ is like one of those picture you find by chance abandoned and hidden among mountains of papers and documents. You take that picture, you observe it, you cannot remember the place nor the time and maybe you even don’t know them and the faces on it are strangers for you. Then, all of a sudden, you are attracted by a gaze, by a hand gripped to the dress wrinkles, or by a foot too forward respect the other as someone wanted to escape from something but could not. That picture was there, it had always been there, but only now it is telling you its invisible story, only now you can realize its ignored meaning, only now you are able to built its life.

Right like that is ‘Maria’s story’. You have it between your hands and in your thought, your are grasped by contrasting feelings while you try decoding the narration; however you have to return to that world and see that every time there is something new which, maybe, could answer to your doubts, to the anxieties, or even could ask you new questions.

Here it is. This is what I felt when I was writing this novel, and this I still feel when I speak to one of my readers.

It is a never-ending travel, and it must not end, because there are plenty of stories as Maria’s one, but we don’t see them, or, meanly, we move elsewhere our sad gaze pretending it is not sad.

Thank you! Thank you for reading me… the rest privately.

 

…rispondo…

Mi chiede come ho fatto a resistere nella narrazione della storia di “Maria” in “Non scavalcare quel muro” (Nulla Die). La verità è che non lo so.

Non so come ho potuto resistere e ancora oggi, ogni volta che ne rileggo un pezzo, un dolore lancinante mi stritola il cuore.

Potrei dire tante cose importanti per darmi un tono e per evidenziare chissà quale mia capacità, ma sarebbero bugie, invenzioni che abuserebbero di una storia che parla da sé. Sì, certo, come dice lei “la tecnica narrativa e il linguaggio schivo dal superfluo rendono la storia incalzante e non si riesce a staccarsene”, ma è vero anche che storie così devono essere scritte per parlare direttamente sia a chi sa ascoltare che a chi invece preferisce il silenzio.

Devo ammettere che tra i diversi libri che ho scritto, questo è quello cui ritorno continuamente.

La storia di “Maria” è come quelle fotografie che si scoprono per caso abbandonate e nascoste in mezzo a cumuli di carte e documenti. Prendi quella foto, la osservi, non ne ricordi il luogo e il tempo e forse neanche li conosci e persino i volti ti sono estranei. Poi, all’improvviso, ti colpisce uno sguardo, una mano che stringe le pieghe del vestito, un piede troppo in avanti rispetto all’altro come se qualcuno volesse scappare da qualcosa. Era lì, quella foto, era sempre stata lì, ma solo ora ti racconta la sua storia invisibile, solo ora puoi coglierne i risvolti ignoti, solo ora puoi ricostruire una vita.

Ecco, così è la storia di “Maria”: è tra le tue mani e nel pensiero e ti sfiorano sentimenti contrastanti mentre cerchi di decodificare la narrazione, eppure devi tornare in quel mondo per accorgerti ogni volta che c’è qualcosa di nuovo che, forse, risponde ai dubbi, le ansie, o forse pone nuove domande.

Ecco, questo ho provato scrivendo, questo ancora provo rileggendo e questo provo ogni volta che mi confronto con un lettore.

È un viaggio che non finisce, e non deve, perché storie come quelle di “Maria” ce ne sono tante, solo che non ce ne accorgiamo o, miseramente, voltiamo altrove lo sguardo triste fingendo che non lo sia.

Grazie, grazie per leggermi… il resto in privato via mail.

Un pensiero su “Resisting to other’s pain

  1. Nicely, ԝhat does God like?? Lee added. ?I imply, we
    like cookies and cartoons and toyѕ, but what ҝind
    of things are fun for God?? It was a query that for a minute Mommy and Daddy had to suppose aЬout.

    Mi piace

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