No name woman

I met her to the borders of her life, or of her death? She was there, motionless, on the harbor dock, but she was not looking for the horizon, nor her eyes where looking at the clouds in the sky. No, her eyes where observing the almost unmovable water, dark and oily just a little bit under that dock where her feet were fixed as nailed.

In the oily gloomy sea no cloud nor star reflected, neither her gaze which was even darker than the oil dispersed over the water like the dirty tears on the face they were moistening.

That woman must be a very beautiful woman, also under her liquefied makeup which spoilt he’s face; however, at the time, she seemed to me as she were a mask for herself, or maybe was a mask the one she had used to hide her truth till that moment?

I don’t know what her story was, neither I knew the reason of her cry, but her trembling hands and a “purple flower” which leaned shyly from her swollen cheek made me think that her story was not a nice story neither a simple pain.

I looked at her, crucified on the harbor dock, and I started to fear her nails could suddenly detach and let her precipitate in the obscure reign under the oily surface of the sea.

I began to approach to her, I didn’t know what to do or say, I only knew that to standstill looking at what could have happened would have made of me an accomplice of that flower gift horrendous on that pale abandoned soul.

What to do? What to say? I asked myself while approaching silently because of my respect and even reverential fear in front of such a great emptiness.

At first, she did not see me; maybe she only perceived my presence because before I could reach her, she shook, she turned to me, she looked at me and speedy she ran away from her precipice. She didn’t thank me because I had prevented her to fall, maybe she hated me for this, maybe she really thought she had found her safeness and for one moment I thought the same… I also thought that preventing her to fall I had not allowed her to be safe from a life she couldn’t bear anymore.

When in that only fast and distant glare I could better dive her world, I noticed she had also her up lip swollen and livid… another poor flower int that meadow with no life.

I would have liked to follow her and implore to look for help, but I didn’t. I thought that I had probably only postponed  the time and the place of her martyrdom.

I was looking then to the same dark sea and I asked myself how many women think that safeness is in their end, how many think they can dive their pain in death… I asked myself how many of them die in the silence which surrounds and ignores them, how many die unheard while their voices cannot reach the sky.

Questions, other questions. I cannot hear any answer. In the sea and in the sky both gloomy at last, nor the clouds nor the stars answer.

 

 

L’ho conosciuta al confine della sua vita, o della sua morte? Era lì, immobile, sulla banchina del porto, ma non cercava con lo sguardo l’orizzonte, né i suoi occhi fissavano le nuvole nel cielo. No, il suo sguardo era fisso sull’acqua quasi immobile e scura e oleosa proprio al di sotto di quella banchina sulla quale i suoi piedi erano fissi come inchiodati.

Nel plumbeo mare unto sotto di lei non si riflettevano le nuvole né le stelle, neanche il suo sguardo più cupo persino del petrolio disperso sull’acqua come le lacrime sporche sul viso che bagnavano.

Doveva essere una bella donna, anche sotto quel trucco liquefatto che le deturpava il viso, ma in quel momento mi sembrò la maschera di se stessa, o forse era una maschera quella con cui aveva fino a quel momento nascosto la sua verità?

Non so quale fosse la sua storia né la ragione del suo pianto, ma le sue mani tremanti e un “fiore viola” che sporgeva timido dalla guancia gonfia mi hanno fatto pensare che non fosse una storia bella e un dolore semplice.

La guardavo crocifissa sulla banchina del porto e temevo che i suoi chiodi potessero d’improvviso sganciarsi e lasciarla precipitare nell’oscuro regno sotto la superficie viscida del mare.

Cominciai ad avvicinarmi, non sapevo cosa dire o cosa fare, sapevo solo che restare impietrita a guardare mi avrebbe resa in qualche modo complice del dono di quel fiore orrendo sul volto opaco di quell’anima abbandonata.

Che fare? Che dire? Mi chiedevo mentre mi accostavo a lei silenziosa di rispetto e timore persino reverenziale dinanzi a un vuoto grande così.

Non mi vide subito, forse percepì soltanto la mia presenza perché ancora prima che potessi affiancarla si riscosse, si girò, mi guardò e veloce scappò via dal suo precipizio. Non mi ringraziò per averle impedito di cadere, forse mi ha odiato per questo, forse pensava davvero di stare accogliendo la salvezza e per un momento lo pensai anch’io… anch’io pensai che, forse, le avevo impedito di salvarsi non consentendole di accomiatarsi da una vita che non sopportava più.

Quando, in quell’unico sguardo rapido e distante, potei meglio penetrare nel suo mondo, mi accorsi che aveva anche il labbro superiore gonfio e livido… un altro misero fiore in quel prato senza più vita.

Avrei voluto rincorrerla e implorarla di farsi aiutare, ma non lo feci. Pensai che forse avevo solo rimandato il tempo e il luogo del suo martirio finale.

Fissavo ora anch’io quel mare nero e mi chiedevo quante pensano che la salvezza sia nella propria fine, quante pensano di annegare il proprio dolore nel gesto estremo della morte… mi chiedevo quante muoiono nel silenzio che le circonda e che le ignora, quante muoiono inascoltate mentre le loro voci non raggiungono il cielo.

Ancora domande. Non odo risposte. Nel mare e nel cielo ugualmente plumbei ormai, né le nuvole né le stelle rispondono.

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