Don’t become instruments of hate

It is not rare that people use violence to increase other violence and very often it seems that also in violence there are discriminating categories because we are not used to look at the victim but to the perpetrator.

When we look at violence, above all rape, we don’t look at it from the victim’s point of view. We judge the victim, we want to see how she was dressed, if she was drunk, if she provoked, if she opposed… how can you judge such things?

How can you affirm that a dress can justify violence, haw can you say that drinking corresponds to the consent to violence, how can you be certain and prove that a certain way of speaking or moving is a sexual require, how can you declare that the woman raped did not oppose to the abuse?

There is no way, you can only decide it from the top of your prejudice and from the need to declare your superiority. Nothing gives a person the right of raping another because of her dress, or her being drunk or whatsoever… nothing!

However, and this is very meaningful, there are occasion when you move your attention  to commiserate the victim, apparently: when the rape is made by someone you discriminate. A discrimination in the discrimination. The complete loss of understanding for the real matter: the victim!

The violence, then, becomes not a violence in itself, but depends on the hate we are able to feel towards one or the other. Violence is the instrument we use to measure the weight of our discrimination and to confirm it.

We should never become instruments of hate and learn to focus our attention and pain over the victims who are the same though they wear different skin or culture. We should never use discrimination to judge the fullness of a guilty silence… as a matter of facts, we should never judge.

 

Non è raro che le persone usino la violenza per accrescere altra violenza e spesso sembra che anche nella violenza ci siano categorie di discriminazione perché non siamo abituati a guardare alla vittima, ma al perpetratore.

Quando guardiamo la violenza, soprattutto lo stupro, non la guardiamo dal punto di vista della vittima. Giudichiamo la vittima, vogliamo sapere come era vestita, se era ubriaca, se aveva provocato, se si era opposta… ma come si possono giudicare queste cose?

Come si può affermare che un abito giustifichi lo stupro, come si può dire che il bere corrisponda a un consentire allo stupro, come si può essere certi e provare che un certo modo di parlare o di muoversi siano una richiesta sessuale, come si  può dichiarare che una donna stuprata non si sia opposta allo stupro?

Non c’è modo, si può deciderlo solo dall’alto del proprio pregiudizio e dal bisogno di dichiarare la propria superiorità. Niente dà a una persona il diritto di abusare di un’altra a causa del suo vestito, o di quanto ha bevuto o di qualsiasi altra cosa… niente!

Ci sono poi situazioni, e questo è molto significativo, in cui si sposta la propria attenzione alla commiserazione della vittima, apparentemente: accade quando lo stupro è ad opera di qualcuno che si discrimina. Una discriminazione nella discriminazione. Una completa perdita di comprensione del problema reale: la vittima!

La violenza, allora, non è più una violenza in sé, ma dipende dall’odio che proviamo verso l’uno o l’altro. La violenza è lo strumento che usiamo per misurare il peso della nostra discriminazione e per confermarla.

Non dovremmo mai diventare strumenti di odio e imparare a centrare la nostra attenzione e il dolore sulle vittime che sono uguali sebbene diverso sia il colore della pelle e la loro cultura. Non dovremmo mai usare la discriminazione per giudicare la pienezza di un silenzio colpevole… in realtà, non dovremmo mai giudicare.

 

 

3 pensieri su “Don’t become instruments of hate

  1. Bel post… intenso davvero! La vera difficoltà sta nel “non dover giudicare”… ma è insito nella natura di noi essere umani! Giudichiamo e ci lasciamo guidare/ingannare dalle apparenze👎

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