Patience

Wherever we run, do we ask ourselves for an instant at least, where are we going? Do we ask if running is the aim and the destination? That’s to say: are we running and running for the pleasure of it or because we have something in our mind that drives and leads us to our destination? Or are we running just because others do?

We have lost the meaning of patience, we negate ourselves the occasion to build our route, we deny the opportunity to discover whatever mistake and the courage to rise and start again.

We have forgot the meaning of patience under the unstable pressure of desire which is not desire, but a wrong copy of what we thought to be important but that we found, without saying, that it is not.

We have thrown away the ability of the artisan to improve our piece of art while working, patiently and without giving up in front of the smallest difficulty. We have abandoned the love for the creature we are giving a meaning. We are only impatient to end a work without giving us any time to love it.

We have become like those machines in an assembly-line where everything is predetermined and no chance has been left to discovery and change.

We need patience to appreciate our work and walk, we need patience to give a sense to what we are doing. Fall is not but a conventional limit to our being because, if we want, after every fall there is a rise which makes us better then we were.

 

Ovunque corriamo ci chiediamo almeno per un istante dove stiamo andando? Ci chiediamo se la corsa è il fine e la destinazione del nostro correre? Cioè se corriamo sempre di più per il piacere della corsa e non perché abbiamo qualcosa in mente che ci guida e ci conduce alla meta? O corriamo solo perché altri lo fanno?

Abbiamo perso il significato della pazienza, neghiamo a noi stessi l’occasione di costruire la nostra rotta, neghiamo l’opportunità di scoprire qualsiasi errore e il coraggio di rialzarsi e ricominciare di nuovo.

Abbiamo dimenticato il significato di pazienza a causa dell’instabile pressione del desiderio che non è desiderio, ma la brutta copia di ciò che credevamo importante ma che scopriamo, senza ammetterlo, che non lo è.

Abbiamo gettato via l’abilità dell’artigiano di migliorare la nostra opera d’arte mentre lavoriamo, pazientemente e senza cedere dinanzi alle più piccole difficoltà. Abbiamo abbandonato l’amore per la creatura alla quale stiamo cercando di dare un significato. Siamo solo impazienti di finire un lavoro senza consentirci il tempo di amarlo.

Siamo diventati come quei macchinari in una catena di montaggio dove tutto è predeterminato e non è stata lasciata possibilità alcuna alla scoperta e al cambiamento.

Abbiamo bisogno di pazienza per apprezzare il nostro lavoro e il nostro cammino, abbiamo bisogno di pazienza per dare un significato a ciò che stiamo facendo. La caduta non è che un limite convenzionale al nostro essere, perché, se vogliamo, dopo ogni caduta c’è una risalita che ci rende migliori di quello che eravamo.

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