What a mess!

Sometimes I ask myself if I am alive, because sometimes I think to be dead.

Yes, of course, I can see my hands and feet moving, touching; I know that my mouth tastes  new flavors and my nose smells new fragrances while my eyes can look at new panoramas, and my ears can hear far voices, however I ask myself if I am alive or dead.

Is there anyone else with the same discouraging feeling of useless emptiness?

The point is what do we mean by life and death and if we pretend life to be only an accessory of our perception.

Is it the fatal Hamlet’s doubt when he asks himself to be or not to be? Probably it is and probably not. I’d rather to say it’s a question not referred to our immortal being, but to how our being allows life to have its meaning and continuity in the life of the others who are not the pale images and smells and tastes or sounds perceived thanks to the five senses, but someone deeper inside us that fill their life as our own of interior landscapes.

I cannot image a life fulfilled only by my own perceptions, I wish and long for a life of meaning and content; a life where, satisfied your senses, there still remain something worth living for which surely does not walk over the surface but is a part, the most part, of that invisible iceberg of us whose only top is visible, but whose best (sometimes even worst) sleeps without resting in our deep unrevealed truth.

We don’t choose to exist, but we should choose to live.

 

Qualche volta mi chiedo se sono viva, perché qualche volta penso di essere morta. Sì, naturalmente, posso vedere le mie mani e i piedi muoversi e toccare; so che la mia bocca assapora nuovi gusti e il mio naso percepisce nuovi aromi mentre con i miei occhi osservo panorami nuovi e sento voci lontane, tuttavia io mi chiedo se sono viva o morta.

C’è qualcuno con lo stesso scoraggiante sentimento di inutile vuoto?

Il punto è che cosa intendiamo per vita e morte e se facciamo finta che la nostra vita sia solo un’accessorio delle percezioni.

È forse il fatale dubbio amletico quando Amleto si chiede essere o non essere? Forse lo è o forse no. Preferisco dire che sia una domanda che non si riferisce al nostro essere immortale, ma a come il nostro essere permetta alla nostra vita di avere un significato e una continuità nella vita degli altri, i quali non sono le pallide immagini e profumi e sapori e suoni percepiti grazie ai cinque sensi, ma qualcosa di più profondo dentro di noi che riempie la loro vita come la nostra di paesaggi interiori.

Non riesco a immaginare una vita riempita solo dalle percezioni personali, desidero e ambisco a una vita che abbia contenuto e significato; una vita in cui, soddisfatti i sensi, rimanga ancora qualcosa per cui valga la pena vivere e che di certo non cammina in superficie, ma è una parte, la parte maggiore, di quel nostro iceberg invisibile del quale possiamo vedere solo la cima, ma la cui parte migliore (talvolta anche la peggiore) dorme senza riposare nella nostra mai rivelata e profonda verità.

Noi non scegliamo di esistere, ma dovremmo scegliere di vivere.

 

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