Loredana De Vita e la nuova Parola piena femminile: intervista

D- Loredana, dopo i libri Armando su altre tematiche sociologiche, per Nulla Die un paio di volumi focus il femminile: oggi anni duemila femminismo o reinvenzione della differenza creativa appunto femminile, sulla scia magari della stessa Luce Irigary e altre ricercatrici?

R- Partirei da un punto per me essenziale: troppe differenze equivale a nessuna differenza. Voglio dire che, pur riconoscendo e sostenendo il valore della differenza, ritengo sia importante osservare le persone da un altro punto di vista: il valore della similarità, della somiglianza. Grazie a questa visione, infatti, è possibile conservare uno sguardo positivo sulla relazione di genere e sulle relazioni in generale. Le similarità soggettivizzano le persone estraniandole da una possibile massificazione e le responsabilizza verso sé e verso l’altro.

Luce Irigaray in un suo importante saggio “Questo sesso che non è uno” sottolinea l’importanza per la donna di non perdere la propria unicità; solo partendo dal riconoscimento di se stessa e del suo potere legittimo, perché è il diritto di essere se stessa in modo completo, la donna può interagire con la realtà da protagonista. Alla Irigaray fa eco Carla Lonzi, quando cerca di confutare la visione del femminile sul femminile secondo cui le donne finiscono con l’accettare di essere “seconde”, promuovendo invece un’esperienza di liberazione delle donne, una presa posizione che diviene anche coscienza di classe. Solo così appare possibile superare la visione maschilista di D. H. Lawrence, per esempio, il quale associa il destino della donna all’immanenza e quello dell’uomo alla trascendenza. Oggi, ci ritroviamo proprio al punto in cui l’uomo si ribella al desiderio femminile di trascendenza, non vuole riconoscerle la liberazione e la libertà che nei fatti già esiste. L’uomo ha difficoltà, ed è questa una sua fragilità, a riconoscere la realtà femminile come vera e vorrebbe continuare a gestirla, a dominarla da cui la terribile storia di violenza moderna che tutti conosciamo e che cresce in misura esponenziale alla consapevolezza femminile di essere donna. Io non credo che siano le leggi ma la consapevolezza di questa realtà a poter guidare fuori dagli intrigati meandri del no-sense che negano l’esistente e che, per rafforzarne la negazione, prova a estinguere la differenza creando e abusando del conflitto. Ci troviamo, io credo, dinanzi a un conflitto culturale e se l’uomo e la donna non si accetteranno come simili non si riuscirà a venirne fuori. C’è molta distanza tra l’essere simili e l’essere uguali; il valore di un essere umano è più importante di qualsiasi singolare differenza. L’umanità, cioè, non è una specie animale, ma una realtà storica e culturale; nessuna cultura patriarcale o matriarcale può aver un significato attuale nella realtà odierna… nel tempo del post post moderno. In questo senso si deve ri-inventare la differenza, le si deve dare una reale nuova connotazione affinchè, come scrivo in “Donna a metà”, la donna resti donna e non diventi “donno”, così come l’uomo resti uomo senza mutarsi in “uoma”. Può sembrare semplice, persino semplicistico, ma non lo è perché è difficile lavorare sugli stereotipi culturali che infondono garanzie e sicurezze sia negli uomini che nelle donne e, pertanto, è più difficile liberarsene. Il punto non è “essere accettati” ma essere.

D- Più nello specifico, Donna a metà, un lungo zoom soggettivo e neoesistenziale, esatto?

R- Mi piace questa definizione di “neoesistenziale” per “Donna a metà” edito da Nulla Die nel 2014, perché è esattamente così. “Donna a metà” è una voce nuova in un’epoca di assoluti e divisioni; è un approccio che propone il superamento delle distanze tra i generi attraverso il rinnovamento culturale perché la cultura non è statica, evolve, e nella sua evoluzione deve aprirsi e accogliere se davvero vuole definirsi “nuova”. Una volta la differenza nella cultura era dettata soprattutto dai gusti e dal potere, cultura egemone versus cultura subalterna o sottocultura, per esempio; oggi, l’orizzonte è più variegato, si parla di “culture”, si ammette cioè la pluralità dei centri e delle proposte; si riconosce, cioè, a ciascun centro la validità del messaggio che porta. Ciascun messaggio, infatti, anche se unico, soggettivo, si offre per essere conosciuto, si oggettivizza nell’incontro e nello scambio. Attraverso “Donna a metà”, propongo una nuova convergenza tra femminismo radicale e femminismo culturale che si determina non più nella definizione dei generi e delle relazioni possibili in quanto universi separati, ma in quanto forza creatrice, occasione unica e irripetibile per modificare insieme la cultura. Propongo, cioè, una nuova accezione del termine stesso di “autenticità”, tenendo ben presente quello che Donna Haraway chiama “conoscenza situata” e “conoscenza disincarnata”. Ciascuna persona, cioè, è completa in sé e non può essere complemento dell’altra nel senso di completamento dell’altra. Nella relazione tra le persone deve prevalere quella che nel libro chiamo “reciprocità”, uno scambio continuo e alla pari di essenza, immanenza e trascendenza. Significa far succedere alla prima, forte ed essenziale scossa del primo femminismo, parità nel senso di avere gli stessi diritti e poi alla seconda fase, differenza dagli uomini, una terza e più fondamentale scelta nella realtà attuale, essere diverse con gli uomini. Essere, cioè, reciprocamente diversi; significa costruire la vita riconoscendosi reciprocamente le stesse capacità e diritti da attuare con le modalità proprie di ciascuna persona a prescindere dal suo genere. Non si tratta di completarsi, dunque, ma di affiancarsi, starsi accanto. Non è una scelta facile, ma è possibile. Non è una scelta utopica, ma neanche distopica, non è solo “parziale” ma anche “partigiana”, cioè prende attivamente parte e talvolta si schiera nel processo di modificazione culturale. Non ci si schiera per un genere o per l’altro, ma perché le persone costruiscano insieme il nuovo senso della nuova esistenza.

D- Oltre lo Specchio, invece, quasi una metapsicologia della creatività femminile nella parola, il mito e la conoscenza?

R- Il titolo di questo mio libro “Oltre lo specchio” significa riscoprire uno sguardo oltre le abitudini, oltre gli stereotipi, oltre tutto ciò che accettiamo senza riflessione da qualsiasi parte provenga soprattutto se deriva da una conoscenza culturale standardizzata, occidentalizzata nella quale riponiamo le basi del nostro sapere e lì le fossilizziamo. Le analisi critiche ribaltano la visone usuale del femminile e del maschile operando nel testo una frantumazione dello specchio e mettendo a nudo quella verità nascosta che difficilmente si vuole riconoscere. Riuscire a capovolgere i termini della discussione è stato prima di tutto porsi una domanda importante: che cosa vuole una donna? Questa è la famosa domanda formulata da Freud ed è ovviamente una domanda al maschile che sorge da una resistenza contro le donne per ripiegarle al loro posto in un ordine patriarcale. La vera domanda, come è stato suggerito dalla filosofa statunitense Shoshana Felman, può essere, forse, chiedersi che cosa succederebbe se una donna facesse a se stessa quella domanda: che cosa vuole una donna. Come minimo significherebbe che esiste una sua voce, cioè una voce di donna: una voce di donna come soggetto e non come oggetto dell’economia maschile. Questo libro propone di spaccare l’immagine consueta della donna, di disperdere la pressione di tale immagine per fare emergere la donna come soggetto. Così nel libro tocco i limiti dell’immagine e l’inizio del sentire, il che è molto importante, perché questo consente di viaggiare ben oltre la gabbia imposta dall’immagine e dagli stereotipi. Significa in qualche modo disfare un certo dispositivo di potere, cioè la donna ridotta a oggetto della visione maschile, e disfare, ovviamente non solo una struttura di potere, ma anche una struttura di sapere. Significa impedire che la donna risponda a una certa immagine sociale, culturale, sessuale che non disturba la riproduzione dell’abituale, ma la spinge oltre lo specchio, cioè oltre il decifrabile perché codificato e ne mette a nudo la vera natura. La lettura dei testi, dalle favole ai testi letterari, dalla Bibbia a Shakespeare e a Tolstoj, non resta così solo una cosa da donna ma incide profondamente sul tessuto e sulla pratica culturale che forniscono il senso del presente. Allora la lettura femminile di questi canoni letterari non è solo questione di donna o da donna, ma incide nel senso stesso del presente in cui l’uomo deve e può affiancare la nuova visione emergente perché è possibile mutare lo sguardo verso se stessi e verso l’altro. Questo sguardo Oltre lo specchio stabilisce una relazione dinamica con il passato e ha un potenziale trasformativo del presente e del futuro, significa per le donne diventare visibili, narrare la propria storia e quindi esistere, poiché ciò che non è detto, non esiste.

Roma, Loredana De Vita e la nuova Parola piena femminile: intervista
„Caterina I. Paoletta“

 

INFO

http://danielaedintorni.com/2014/09/27/oltre-lo-specchio-di-loredana-de-vita-nulla-die-edizioni-recensione-di-daniela-domenici/

http://www.ibs.it/code/9788897364870/de-vita-loredana/donna-meta.html

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