Roma, intervista a Loredana De Vita per “Altro non siamo che voce” (Armando editore, 2011)

Loredana De Vita, Altro non siamo che voce, Armando editore, Roma. La storia ci ha mostrato le contraddizioni dei nostri silenzi e delle nostre parole. Quante volte abbiamo taciuto mentre avremmo dovuto gridare ad alta voce il nostro dissenso, e…

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Loredana De Vita, Altro non siamo che voce, Armando editore, Roma.La storia ci ha mostrato le contraddizioni dei nostri silenzi e delle nostre parole. Quante volte abbiamo taciuto mentre avremmo dovuto gridare ad alta voce il nostro dissenso, e quante volte abbiamo parlato solo per riempire il vuoto della coscienza? Dobbiamo dare voce all’amore e al desiderio di pace che allontani le morti inutili dal pensiero malato e distorto di chi ci governa contribuendo a dare alla morte stessa un valore temibile e negativo, mentre essa è la normale e comune conclusione di un tempo di crescita, di attese, di responsabilità: la vita.

 

*intervista alla scrittrice, Loredana De Vita (info) a cura di Roberto Guerra

D- Loredana, un saggio su pagine ben note del Novecento totalitario, attraverso una interfaccia peculiare, una sintesi rapida?

R- “Altro non siamo che voce” parla di shoah, ma anche di molto di più. La tesi principale è dimostrare che la shoah, quest’evento così distruttivo e totalizzante, non è un fatto privato e non è un motivo per suscitare vuoti pietismi né per imporre regole che valgano solo per gli eredi diretti delle vittime: ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici…

Parlare di questo tema significa guardare oltre l’evento storico in sé; guardare anche al presente e mai senza essere prima entrati nel profondo di se stessi. Lo faccio, o almeno ci provo, tentando vari approcci, dall’intervista, al teatro, al racconto, alla riflessione personale con l’obiettivo di stimolare in ciascuno la necessità di scrutare con occhio interiore l’evento storico, per leggervi quello che ha narrato di noi stessi. Pur se non ne siamo stati protagonisti e artefici, quel momento esatto della storia ha indicato a tutti che è possibile trovarsi dinanzi a un male profondissimo cui possiamo opporci solo con la coscienza che è consapevolezza anche del male possibile. La conclusione del libro, infatti, non si chiude sul passato e nemmeno si proietta nel futuro, ma guarda al presente, ai molti eventi contemporanei che devono farci riflettere. E’ una conclusione che ci pone di fronte a una scelta interna, non massificata né massificabile circa il bene per l’umanità ed è una risposta che ciascuno deve a se stesso e non può rimandare.

D- De Vita, parole non retoriche sul tema ci pare, anche una metafora più generale sulla Condizione umana, nella sua stessa ambivalenza (per dirla con certo Fromm nelle sue analisi sulla distruttività) cosiddetto bene e male?

R- Fromm nella sua analisi sulla distruttività confronta l’essere umano con la sua problematicità, con la facilità con cui gli istinti sadici siano connaturati alla persona e non siano solo frutto di convenzioni e costruzioni culturali. Non posso non accompagnare questa visione facendo mio anche il pensiero di Hannah Arendt circa la “banalità del male” nel senso della sua facile riproducibilità in quanto banale, comune, alla portata di tutti. Il male si compie con un’apparentemente innocente consapevolezza che si appoggia anche sul destituirsi da responsabilità circa il male commesso grazie alla convinzione di essere solo una piccola parte di un ingranaggio più grande del quale non ci sentiamo responsabili, figuriamoci colpevoli. Questo è provato anche dal drammatico quanto esemplificativo esperimento tenuto a Standford da Philip Zimbardo. Eppure, credo che se esiste una banalità del male così come è stato provato, se è vero che l’uomo può facilmente tendere al male, è anche possibile una “banalità del bene”, quella che mi piace definire come “innocente potere dei senza potere” e che Fromm stesso definisce come antidoto ai mali della società contemporanea. Oggi, il bene e il male non sono solo concetti etici astratti, essi corrispondono alla responsabilità personale di ciascuna persona in quanto tale. Oggi c’è un male sottile che si delinea nella definizione di distacco dall’altro come se l’altro semplicemente “inesistesse” che non è il semplice smettere di esistere. Ne consegue che l’altro diviene per noi non solo il nemico da combattere, ma quello da far inesistere perché “dispensabile”, cioè spendibile come ci suggerisce J. Butler, quindi mercificabile e consumabile: qualcuno non degno di essere pianto, differentemente da noi che ci riteniamo indispensabili. In questa distanza c’è oggi il baratro tra bene e male. Il male è l’inesistenza, l’oggettivazione e la mercificazione della persona. Questo sì che porta alla distruttività anche nel senso di auto-distruttività, poiché è impossibile immaginare un mondo in cui non esista l’altro e l’altrove.

D- Loredana, la parola e il non detto, il silenzio che parla in ogni caso (Lacan ecc.), ci sovviene anche un certo F. Rella, il saggio Il Silenzio e le Parole, letterario: oggi esiste uno iato grave tra il linguaggio e il Reale, quest’ultimo oggi domanda “nuove” parole non ancora espresse?

R- Di certo il riconoscimento di potere che Lacan fa sia alla parola che al silenzio, come pure la ricerca di smembramento della parola e del silenzio in Franco Rella, fa molto pensare al silenzio come un opportuno punto di osservazione della realtà. Io penso che forse più che uno iato tra il linguaggio e il reale esiste uno iato tra il pensato e il vissuto. Nascondiamo, volutamente o meno, una realtà che pensiamo non sia condivisa o condivisibile. Per questo il non detto è talvolta più pericoloso del detto. Il linguaggio è anche traduzione e interpretazione; quando riveliamo qualcosa, essa smette di appartenerci e si espone alla traduzione e interpretazione dell’altro e dell’altrove. Talvolta questa è una rinuncia che non vogliamo o possiamo fare perché significa mettersi in gioco. Farlo, mettersi in gioco voglio dire, è una responsabilità verso se stessi e verso l’altro. Abbiamo paura di essere svelati, scoperti, denudati dei nostri segreti perché sappiamo che l’interpretazione e la traduzione non sono riconducibili solo a noi stessi ma allo sguardo dell’altro che ci osserva dall’interno di noi stessi. Abbiamo paura perché ci diviene così evidente che non esiste un solo centro, un solo messaggio, un solo significato. Tendiamo quindi a nasconderci. C’è poi un altro aspetto importante della relazione tra linguaggio e realtà: ci mancano le parole per spiegare quello che proviamo in un tempo in cui c’è così poco spazio per le emozioni e le “parole” dal di dentro. Un tempo che ci svuota mentre si arricchisce, un tempo che è il tempo dello spaesamento. Molti credono che il nuovo, la tecnologia, le nuove forme d’arte siano vuote e svuotino di significato le manifestazioni esteriori come il pensiero. Non è così. E’ la persona che svuota se stessa di significato e smette di segnare il tempo dell’esistenza. L’arte, la tecnologia diventano moderni capri espiatori di quello che non capiamo e attorno ai quali creiamo i nuovi miti per renderli comprensibili, essi, invece, sono le nuove interpretazioni non egemoniche di un viaggio senza fine e senza confini.

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