Witnesses of the silence

How many the things we know but we are unwilling to say; how may those we don’t know but we like speaking about and judge because they are not a part of our own story. There are plenty of both of them while we stop on the border between life and death and don’t want to witness.

We change ourselves in witnesses of the silence because it is easier and safer to be out of everything, it does not matter if we are out of ourselves as well. What we are testifying is our silence, the one to other’s life and the one to our own life. We think that silence could protect us, but it doesn’t; the only thing silence, this kind of silence, does is to compromise us in a prison of shame.

We testify nothing which could engage us in a fight between right and wrong, we don’t want to, because doing means to show we can see and understand and act with the necessary power to try to change the story… and our own story. Do we really want to change it? Sometimes I think we don’t, probably because we prefer to keep the silence close in our breath as we don’t have a breath which could and wished to welcome others’ breaths.

I have been asking to myself long what is the reason why of this indiscriminate fear of witnessing the truth without I could give a complete answer, because every answer produces a new question and so on limitless. In the end I have concluded that the most of us move only to accomplish the egoistic interest to be alone not to be involved in the research of a balance between the differences. That sort of balance where each one could have his/her role and route in accordance to the respect of every person’s mystery. We scare this mystery because it engages us in the discovery of the beauty hidden in every difference beyond our own one.

It is like we were living our lives on a stage, always visibile and audible, but what we don’t realize is that the play we are performing is not a monologue but a tragedy.

 

Quante le cose che sappiamo ma non vogliamo dire; quante quelle che non conosciamola di cui vogliamo parlare e giudicare perché esse non sono parte della nostra storia. Ce ne sono molte di entrambe mentre noi ci fermiamo sul confine tra la vita e la morte e non vogliamo testimoniare.

Ci trasformiamo in testimoni del silenzio perché è più facile e più sicuro mettersi fuori da ogni cosa, non importa se ci mettiamo fuori anche da noi stessi. Ciò che testimoniamo è il nostro silenzio, quello verso la vita dell’altro e quello verso la nostra stessa vita. Pensiamo che il silenzio possa proteggerci, ma non è così; l’unica cosa che il silenzio, questo tipo di silenzio, fa è comprometterci in una prigione di vergogna.

Non testimoniamo nulla che possa impegnarci nella lotta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non vogliamo, perché farlo significa mostrare che siamo in grado di vedere e comprendere e agire con il potere necessario a provare cambiare la storia… e la nostra storia. Vogliamo davvero cambiarla? A volte penso di no, probabilmente perché vogliamo trattenere il silenzio vicino al nostro respiro poiché non abbiamo un respiro che possa e voglia accogliere il respiro degli altri.

Mi sono chiesta a lungo quale sia la ragione di questa paura indiscriminata del testimoniare la verità, ma non sono riuscita a darmi una risposta completa, perché ogni domanda risposta produce una nuova domanda e così all’infinito. Alla fine ho concluso ch era maggior parte tra noi si muove solo per realizzare l’interesse egoistico di essere soli per non essere coinvolti nella ricerca di un equilibrio tra le differenze. Quel tipo di equilibrio in cui ciascuno possa avere il proprio ruolo e la propria direzione rispettando il mistero di ciascuna persona. Noi abbiamo paura di questo mistero perché ci impegna nella scoperta della bellezza nascosta in ogni differenza oltre la nostra.

È come se stessimo vivendo la nostra vita su un palcoscenico, sempre visibili e udibili, ma quello di cui non ci rendiamo conto è che l’opera che stiamo rappresentando non è un monologo ma una tragedia.

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