Words lose their innocence as we do

Words lose their own innocence and we are the authors of this loss. Don’t complain ourselves! We are the makers of the world we are naming, we are the creators of our own defeat.

Today, we assist as powerless to the too many injustices which are carrying us back to a time of history where people could neglect people disguising to be friends for betraying them. A time when to belong to another culture, religion, language, color of the skin, traditions, habits, sexual orientation, thought, meant to be a danger. A period when nobody could think of himself as free from possible accusations never mind if true or false. We are not too far from that time, however it seems history has taught us nothing.

Today as yesterday, the use of propaganda affects like a terminal disease our mind reducing it at the point of the cruelest madness. We are like blind in front of what we don’t want to see and have the widest sight for the things that do not exist. We are willing to move the real problems which choke our societies -the loss of ideas and projects about the human beings- to other affairs which are absolutely not the trouble and that, however, cannot be resolved through discrimination and incitement to violence. Claiming to the <<verses>> of propaganda is to give a reason to violent people to discharge their violence against the supposed guilty; it means to consent violence being its hidden directors.

We are blinded by our own blindness and use words and meanings no man should use against another human being. We speak of separation, of removal, of segregation, of elimination instead of finding words to describe and overcome the common condition of sacrifice we all are crossing -welcoming, sharing, help, integration and inclusion, reciprocity, wisdom.

We are blinded by our own blindness at the point we don’t recognize the dangerous drift we are riding. We don’t want to recognize it because doing would mean to engage our conscience in something which surpasses our egoism to be employed to affirm  the right for everyone to live and be.

 

Le parole perdono la propria innocenza e siamo noi gli autori di questa perdita. Non compiangiamoci! Siamo noi gli artefici del mondo cui stiamo dando un nome, siamo noi i creatori della nostra sconfitta.

Oggi, assistiamo come se fossimo impotenti alle davvero troppe ingiustizie che ci stanno trascinando a un tempo della storia in cui le persone non si prendevano cura delle altre fingendosi loro amiche per tradirle. Un tempo in cui appartenere a un’altra cultura, religione, lingua, colore della pelle, tradizioni, costumi, orientamento sessuale, pensiero, significava rappresentare un pericolo. Un periodo in cui nessuno poteva ritenersi libero da accuse possibili, non importa se vere o false.  Non siamo molto lontani da quell’epoca, ma sembra che la storia non ci abbia insegnato alcuna cosa.

Oggi come ieri, l’uso della propaganda colpisce come una malattia terminale la nostra mente riducendola al punto della più crudele pazzia. Siamo come ciechi dinanzi a ciò che non vogliamo vedere, ma abbiamo la vista più ampia per le cose che non esistono. Siamo disposti a spostare i problemi reali che soffocano le nostre società -la perdita di idee e progetti che riguardano gli esseri umani- ad altri affari che non sono per niente il problema e che, in ogni caso, non possono essere risolti tramite la discriminazione e l’incitamento alla violenza. Proclamare i <<versi>> della propaganda è dare un motivo alle persone violente affinché scarichino la propria violenza contro i presunti colpevoli; è consentire la violenza essendone i registi nascosti.

Siamo resi ciechi dalla nostra cecità e usiamo parole e significati che nessun uomo dovrebbe usare contro un altro essere umano. Parliamo di separazione, rimozione, segregazione, eliminazione invece di trovare le parole per descrivere e sconfiggere la comune condizione di sacrificio che tutti stiamo attraversando -accoglienza, condivisione, aiuto, integrazione e inclusione, reciprocità, saggezza.

Siamo accecati dalla nostra stessa cecità al punto da non riconoscere la pericolosa deriva che stiamo cavalcando. Non vogliamo riconoscerla perché farlo significherebbe impegnare la propria coscienza in qualcosa che vada oltre l’egoismo personale e sia impiegata ad affermare il diritto di ciascuno di vivere ed essere.

 

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