“C’è una vita prima della morte?”, saper distinguere la propria umanità

Our life is nurtured by contrasts and contradictions we don’t want to resolve because we prefer to standstill and observe how the entire humanity destroys itself in the ambition of an eternal consolation which repairs the pains suffered, while contemporary deconstructs the feeling of the future: we are lost in a sempiternal present where the only thing we want to denounce is our loss.

This is the condition where the modern society is chocked. A condition in which nothing seems to be important except ourselves. A condition which produces the very serious consequence of being closed up in a world where nothing develops  horizontally neither vertically, but everything remains as blocked in the act of an eternal but never lived present.

This means that none belongs to his/her age, for example; none is a child when he has to be a child, or an adult when it’s time to be adult, or an old man when the time and age configure us as such.

We are all sons, forever sons… the fathers behave as they were sons of their sons… the sons behave as fathers of their fathers but intimately children forever. As Massimo Recalcati would put it, there are no more fathers.

In this essay, Miguel Benasayag and Riccardo Mazzeo, speak from many points of view of  life and death, especially the moral death of those who are unable to see themselves in the real place where they should be.

We are facing a crisis in which none can recognize himself in his true being, but we are looking forward or back to discover ourselves under shapes that don’t perform our being but a copy of it, or an image of ourselves which does not exist or does not exist any more.

We live in a society where young people are old without growing or old people  behave like young without being. It is a society in which every person breaks his bond with the others unable to understand they are breaking the connection with themselves first.

Each one should live not the present in general, or in the present as it is usually said, but his/her present, the real one; everyone should be whom he/she is and live truly instead of only surviving.

 

La nostra vita si nutre di contrasti e contraddizioni che non vogliamo risolvere preferendo stare fermi a osservare come l’intera umanità si autodistrugge nell’ambizione di un’eterna consolazione che pone riparo ai dolori subiti, mentre contemporaneamente decostruisce il sentimento del futuro: siamo persi in un eterno presente nel qual l’unica cosa che vogliamo denunciare è la nostra perdita. 

Questa è la condizione in cui la nostra società è soffocata. Una condizione secondo la quale nulla sembra essere importante eccetto noi stessi. Una condizione che produce la conseguenza molto seria di rimanere rinchiusi in un mondo dove niente si sviluppa orizzontalmente e verticalmente, ma tutto resta come bloccato nell’atto di un presente eterno ma mai vissuto.

Questo significa, per esempio, che nessuno appartiene alla sua vera età; nessuno è bambino quando si deve essere bambini, o adulti quando è tempo di essere adulti, o vecchi quando il tempo e l’età ci rappresentano così.

Siamo tutti figli, per sempre figli… i padri si comportano come se fossero figli dei loro figli… i figli si comportano come padri dei loro padri mentre sono intimamente bambini per sempre. Come direbbe Massimo Recalcati, non ci sono più i padri.

In questo saggio, Miguel Benasayag e Riccardo Mazzeo discutono da molti punti di vista di vita e di morte, soprattutto della morte morale di quelli che sono incapaci di vedere se stessi nel posto reale dove si dovrebbe essere.

Stiamo affrontando una crisi nella quale nessuno riesce a riconoscere se stesso nel suo vero essere, guardando avanti o indietro per scoprire se stessi sotto forme che non performano il nostro vero essere ma una sua copia, o un’immagine di noi stessi che non esiste o che non esiste più.

Viviamo in una società dove i giovani sono vecchi senza essere cresciuti e dove i vecchi si comportano da giovani senza esserlo. È una società in cui ogni persona rompe il legame con gli altri, incapaci di comprendere che per prima cosa stanno rompendo il legame con se stessi.

Tutti dovremmo vivere non il presente in generale, o come si dice nel presente, ma ciascuno il proprio presente, quello reale;  ciascuno dovrebbe essere ciò che è e vivere davvero invece di sopravvivere soltanto.

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