Antonella Lia intervista Loredana De Vita

Come e quando è nato il tuo amore per la scrittura?

Fin da bambina ho desiderato diventare scrittrice. Scrivevo tantissimo e mi esercitavo, leggevo moltissimo e mi emozionavo, cercavo il mio stile e il significato profondo delle parole. Crescendo, sperimentando la vita accanto agli altri, scrivere è divenuta per me un modo per testimoniare non solo il vissuto personale, ma anche quello delle persone con le quali la mia storia si intrecciava, anche attraverso un solo sguardo.

 

Parla di te. Quella dello scrittore è il tuo primo lavoro o vivi con un altra professione?

Non è mai facile parlare di se stessi, soprattutto quando sono tante le cose che compongono la propria vita e a nessuna di esse si può dare la priorità, perché si intersecano e sono l’una madre e figlia dell’altra contemporaneamente. Ho cominciato a lavorare insegnando, ma per me non è mai stato un lavoro. Vivere ogni giorno accanto ai ragazzi, trasmettere loro la mia passione per la letteratura e la cultura, far percepire loro quanto comunicare in un’altra lingua non ci rendesse diversi da ciò che vogliamo essere ma solo più aperti, tutto questo mi ha dato l’opportunità di maturare molto mentre cercavo di suscitare in loro sempre nuove domande a se stessi e al mondo. Il teatro con i ragazzi è stato sempre un importante strumento di scoperta di se stessi e della realtà che ci circonda, e così molti sono stati gli spettacoli teatrali costruiti con loro partendo da un romanzo o una favola per costruirne la nostra lettura abbiamo edificato il senso e il bisogno nascosto del nostro mondo. Ho studiato Counseling per poter essere meglio accanto ad alcune serie problematiche dei ragazzi e, nel frattempo, ho sempre scritto articoli, libri, recensioni, tutto ciò che potesse aiutarmi a essere una persona attenta alla vita degli altri.

Che genere di libri scrivi?

Scrivo soprattutto saggi, ma di recente ho pubblicato anche un romanzo. In realtà, credo che anche i saggi sia narrazioni della vita e delle persone che è poi quello che mi interessa maggiormente: scrivere per testimoniare. I miei temi principali sono legati alle esperienze vissute in campo professionale: adolescenti, relazione genitori/figli, donne. 

Puoi presentare i tuoi libri? 

Tutti i miei libri parlano della realtà, sia i saggi che il romanzo. È stata una scelta, talvolta difficile e scomoda, quella di dedicarmi alla realtà, alla contemporaneità, alla vita reale delle persone. Non perché io disdegni la fantasia, anzi, ma perché  penso che sia necessario imparare o imparare di nuovo a conoscere la vita quotidiana dalla quale spesso si sfugge con ansia e con timore. Solo se conosciamo davvero quello che ci circonda possiamo smettere di temerlo e provare a modificarlo in meglio. Ho scritto un racconto di formazione pieno di fantasia, Disegno di un sogno un cuore nascosto (Aletti), racconta di come un’adolescente scopra i valori essenziali da perseguire nella sua vita. Nei saggi forte è la presenza del confronto con persone reali: Giochiamo che ero (Armando),Genitori senza controllo (Armando), sono lo specchio della mia esperienza con genitori e figli a scuola, dei miei incontri di formazione con le famiglie; Altro non siamo che voce (Armando) nasce dal mio incontro con Alberta Levi Temin, testimone della Shoah; Alla scoperta dell’invisibile (Nulla Die) è il racconto della mia relazione didattica e formativa con gli studenti che io chiamo sempre “i miei ragazzi”; Donna a metà (Nulla Die), Oltre lo specchio (Nulla Die) e Non scavalcare quel muro (Nulla Die), sono quella che io definisco la mia trilogia sulle donne. I primi due sono saggi, “Donna a metà” è una riflessione sul ruolo della donna nella società moderna, “Oltre lo specchio” è una rivisitazione degli stereotipi di genere attraverso alcune  figure femminili della letteratura classica e moderna, “Non scavalcare quel muro” (anche in inglese sia in cartaceo che e-book) è un romanzo, ma è una storia vera dalla prima all’ultima parola. 

Racconta in poche parole la trama del tuo ultimo libro.

“Non scavalcare quel muro”, il mio ultimo libro è un romanzo difficile da leggere, non per il linguaggio, ma per il contenuto. È una storia vera di violenza domestica descritta con precisione, quasi chirurgicamente come mi è spesso detto. Una storia che coinvolge il profondo e che porta alla luce quelle verità nascoste che portano, o possono, al femminicidio. È la storia di una donna “Maria”, che crede nell’amore e nel matrimonio, ma che scoprirà quanta violenza possa esserci in una relazione nella quale la coppia non si confronta, ma nella quale uno domina sull’altro fino a renderlo succube. È una storia attraverso la quale è possibile riconoscere l’evoluzione dall’isolamento fino al totale annullamento del sé di una donna che subisce violenza fisica e psicologica. È anche la storia di una madre e di sua figlia, perché i minori subiscono direttamente e indirettamente la violenza che respirano in casa.

 

Da dove nasce l’ispirazione?

La vittima della violenza narrata mi ha raccontato la sua storia. Le chiesi se potevo narrarla e mi disse che potevo solo se fossi riuscita a calarmi in un dolore lacerante. L’ho fatto. È così che nasce la doppia struttura narrativa del romanzo, le due voci femminili (madre e figlia) che si raccontano, si cercano, e chissà, forse si troveranno.

In genere, quanto tempo impieghi a scrivere un libro?

Non ho un tempo fisso. Scrivere saggi significa fare ricerca, studiare, compilare delle bibliografie corrette, assicurarsi della veridicità delle citazioni, andare alle fonti, oltre che esprimere la propria riflessione. In genere non lavoro mai a un solo libro, lavoro a un saggio e a un romanzo insieme, un modo per contestualizzare e confrontare con la realtà gli studi accumulati. La scrittura del romanzo mi ha preso moltissimo tempo, dieci anni, se consideriamo un incidente di percorso che mi aveva fatto decidere di smettere di narrare questa storia. Penso che sia giusto non avere fretta, soprattutto nella narrazione, perché si ha una responsabilità verso il lettore e, visto che ho scelto di narrare storie vere, si ha un’enorme responsabilità verso il testimone.

 

Quante ore al giorno, o a settimana, in genere dedichi alla scrittura?

Moltissime ore ogni giorno, soprattutto il mattino prestissimo. In genere comincio a scrivere alle quattro del mattino e continuo fino alle sei, poi mi interrompo e riprendo ogni volta che posso. È come un lavoro, ci vuole tempo, dedizione, fatica, sudore, stanchezza, stress, desiderio di buttare tutto all’aria, commozione, soddisfazione.

 

Scrivi di getto e ritorni sulle tue pagine?

I romanzi sembrano scriversi da soli, cerco sempre una forma diretta, che rappresenti immagini visive per il lettore; i saggi mi richiedono ogni tanto di fermarmi a riflettere per essere certa che il pensiero che ho in mente sia ben espresso non solo dalla forma o dalle parole, ma nella sua essenza.

 

Descrivi l’atmosfera che ti circonda, mentre sei intento a scrivere.

Scrivo in una stanza piccola con finestra grande che apre in un cortile grigio, allora ho rivestito di colori i vetri della finestra. Il mio “studietto” è pieno di libri, di foto della mia famiglia, di piccoli pupazzi che ogni tanto mi regalano i ragazzi a scuola; sulle pareti ci sono disegni fatti dai miei figli e da una mia alunna, locandine di alcune presentazioni, tutto con colori molto caldi, come un abbraccio. Sul pavimento c’è un bel tappeto sul quale i miei cani vengono a farmi compagnia. Soprattutto, però, ascolto musica, Sting, sempre, perché la sua voce calda, le parole dei suoi testi mi sostengono e mi sembrano gentili carezze che mi incoraggiano a non fermarmi. 

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